Il lutto e la sua elaborazione

 

Cos'è il lutto?

 

Con la parola lutto (dal latino luctus, pianto, lugere, piangere ed essere in lutto) s'intende sia la reazione emozionale che si sperimenta quando perdiamo una persona significativa della nostra esistenza, sia il tempo che segue alla sua morte.

Chiunque sia mancato, un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello, un nonno, un amico, sentiamo di aver perso una parte di noi stessi e, com'è naturale, sperimentiamo un periodo di sofferenza e difficoltà.
Non si può amare qualcuno e perderlo, senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, della sua esistenza, senza diventare vulnerabili e provare dolore.
Il lutto è come una ferita, il cui processo di cicatrizzazione e di guarigione richiede tempo e fatica, un vero e proprio lavoro per poter tornare a vivere una vita sicuramente molto diversa da quella di prima e che, piano piano con il tempo, scopriremo comunque densa di valore se riusciamo a integrare la perdita nella trama della nostra vita.
Chiunque ha attraversato un'esperienza così dolorosa come quella del lutto ed è riuscito ad andare avanti, sa che ci si può dare forza, scoprendo che la vulnerabilità, la disperazione, la paura convivono in ciascuno di noi a fianco del coraggio e della determinazione a vivere.


Come viene vissuto il lutto?

Il lutto viene vissuto ed elaborato in tempi e modi molto personali e differenti: non esiste una maniera giusta in assoluto.
Ciascuno di noi ha personalità, modi di affrontare la vita e storie passate diverse, per cui il dolore e i comportamenti saranno differenti da quelli di qualsiasi altra persona, anche degli altri membri della famiglia.
Alcuni superano il lutto in breve tempo, altri lo portano nel loro cammino a ogni passo; alcuni ne risentono profondamente, altri diventano più maturi, più validi di prima: certamente tutti ne soffrono e portano il ricordo della persona scomparsa.
Anche le manifestazioni del lutto sono molto diverse: alcune persone si comportano in maniera distaccata e controllata, altre piangono e si disperano rumorosamente; alcune vogliono stare da sole, altre preferiscono una compagnia costante; alcune eliminano subito dopo la morte le cose che appartenevano al defunto, altre le conservano immutate per anni; alcune vanno ogni giorno al cimitero, altre lo rifuggono totalmente.
Rispetto agli uomini, le donne tendono ad avere reazioni emotive più intense e riescono a parlarne con più facilità: forse proprio per questo riescono a trovare più appoggio negli altri.
Spesso capita che gli uomini "facciano i forti" per aiutare se stessi e gli altri familiari. Nascondono le emozioni più intime, e per non mostrare la loro vulnerabilità, trovano mille cose per tenersi occupati ed evitare di parlare della perdita che hanno subito. Se un uomo affronta in questo modo l'esperienza del lutto, bisogna rispettarlo, ma sarebbe meglio se riuscisse a chiedere aiuto, a condividere il proprio dolore e ad aprirsi agli altri.

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Quali aspetti influenzano l'esperienza del lutto?


Il vissuto della perdita e il processo elaborativo del lutto sono influenzati da molteplici aspetti che inevitabilmente rendono diverso il percorso di ciascuna persona.
Le valenze fondamentali sono sicuramente il grado di parentela, l'intensità e la qualità della relazione durante la vita trascorsa insieme e il supporto del contesto familiare e ambientale. Naturalmente le caratteristiche psicologiche personali, l'età, le modalità di risoluzione dei lutti precedenti insieme alle circostanze della malattia (lunga o breve durata, presenza di sintomi dolorosi, stato di coscienza...), le modalità del decesso (morte improvvisa o attesa, luogo, stato della salma), la pressione delle necessità quotidiane e del contesto socio-culturale costituiscono aspetti rilevanti e significativi.

 


Come si evolve il processo di eleborazione del lutto?

Ogni lutto è diverso per qualità, intensità e durata delle reazioni emozionali, ma a tutte le persone richiede tempo e un vero e proprio lavoro per elaborarlo.
Ciò che accomuna tutti i lutti è la presenza di un percorso con delle fasi che, pur con una certa irregolarità, in genere si susseguono: shock iniziale, disperazione, struggimento per la perdita, espressione di sentimenti e di reazioni emotive violente, nascita di una relazione interiore con il defunto, accettazione della perdita subita, e, solo alla fine, riorganizzazione di sé senza più la presenza fisica della persona cara.
La risposta iniziale alla morte è uno stato di shock che paralizza e coinvolge completamente la persona.
Si è talmente scossi e disorientati che per difendersi e sopravvivere alla perdita, si cerca di negare l'accaduto, di attutire le emozioni troppo forti per evitare la sofferenza e tenere lontano una realtà sentita insopportabile, priva di senso e portatrice in genere di significati essenzialmente negativi.
Spesso può accadere che si è consapevoli razionalmente di ciò che è accaduto, ma non si riesca ad accettarlo emotivamente. Questo è un modo molto naturale per difendersi. Poi tutti gli interessi si concentrano sulla perdita e sul dolore. Il sonno, l'appetito, l'attività, la sessualità, la vita interiore e quella relazionale sono sconvolti: si può vivere un periodo più o meno lungo di abbattimento, costernazione, inibizione, astenia o iperattività paradossale e difensiva.
Successivamente, quando si diventa più consapevoli della realtà della perdita, s'incomincia a esplorare il significato della privazione di quella figura per la propria esistenza. Si ripercorre la natura della relazione, guardando alla totalità della persona scomparsa, agli aspetti positivi e negativi, riconoscendo ciò che si è vissuto, condiviso e perduto e, per certe situazioni, anche tutto ciò di cui ci si è liberati, perché non sempre i rapporti sono stati semplici e soddisfacenti.
In questa fase si è inondati da reazioni emotive più forti e più profonde di quelle che si sperimentavano abitualmente prima del lutto: tristezza, solitudine, nostalgia, paura, disperazione, angoscia, rabbia, rancore, rimpianti e sensi di colpa con i rispettivi correlati di aggressività e depressione, che sono i compagni più frequenti e fedeli di questo periodo. C'è il rischio di rimanere imprigionati nel passato e di allontanarsi dal presente.
Frutto di questo periodo travagliato, in cui si apprende ad accettare la realtà della perdita, è lo sviluppo di una nuova relazione con la persona scomparsa. Si trova conforto nel conservare dentro di sé l'immagine della persona amata, i suoi valori, le esperienze condivise, sperimentando la capacità di mantenerne vivo il ricordo e la memoria e di continuare ad amarla, anche se non è più presente fisicamente.
Il dolore per la perdita subita continua sempre ad accompagnare le persone ma con il tempo cambia il rapporto con il proprio dolore, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose.
Successivamente, quando inizia un allentamento del dolore, diventa possibile riscoprire le proprie risorse e funzioni vitali che permettono di procedere nel percorso di ricostruzione della propria vita e di aprirsi agli impegni, ai progetti e ai rapporti, che aiutano a riaccostarsi alla vita e alla realtà.
Nelle situazioni normali, al di fuori quindi di lutti complicati e patologici, si deve pensare al lutto come a un processo che inizia, si sviluppa e si conclude: il dolore si attenua poco a poco e la vita riprende, colmando i vuoti con nuovi compiti e nuove presenze. Mentre prima sembrava che il domani non sarebbe mai venuto, quando poi finalmente viene, sembra impossibile aver sofferto e resistito così tanto.

 


Quali sono le possibili conseguenze psico-fisiche sugli adulti?

La sofferenza per la perdita di una persona amata ha ripercussioni pesanti sul corpo e può causare una serie di problemi, come spossatezza, pianto incontrollabile, insonnia o ipersonnia, palpitazioni, affanno, mal di testa, perdita dell'appetito o fame insaziabile, disturbi digestivi, aumento della pressione, interruzione del ciclo mestruale, caduta di capelli e infezioni ricorrenti dovute all'abbassamento delle difese immunitarie.
Nel caso di malattie croniche o pre-esistenti come ad esempio, l'artrite, l'asma o l'eczema, queste possono peggiorare o riacutizzarsi oppure, come accade per il diabete o la pressione alta, subire forti alterazioni, che richiedono un costante controllo.
Essendo corpo e mente strettamente collegati, in genere ai disturbi fisici si accompagnano disturbi di tipo psicologico, in prevalenza stati di ansia e stati depressivi.
Ad esempio lo stato di ansia si manifesta con un'accelerazione del battito cardiaco, sudori caldi, insonnia e mancanza o eccesso di appetito.
È frequente che nel periodo del lutto alcune persone cerchino rifugio nei farmaci antidepressivi e ansiolitici (utili solo per brevi periodi) o nell'alcol e perfino nella droga, ma questi ultimi rimedi non servono a risolvere realmente i problemi del lutto, anzi rischiano di provocarne di nuovi (alcolismo, dipendenze).
È esperienza frequente delle persone in lutto avvertire fortemente la presenza fisica della persona scomparsa, di vederla e sentirla girare per casa e, a volte, di riuscire perfino a parlarle. È facile interpretare queste allucinazioni visive e auditive come forme di patologia psichiatrica e si rischia di somministrare al superstite medicine inutili o addirittura di fargli subire un ricovero, mentre ciò di cui ha veramente bisogno è un aiuto per elaborare il suo lutto.

 


Quanto tempo può durare il lutto?

Come si può immaginare, non è possibile dare una risposta che valga per tutti, ogni persona, infatti, ha i suoi tempi e reagisce in modi diversi. A volte il processo di elaborazione del lutto può durare mesi, a volte anni.
Pensare di superare questa fase in pochi mesi, come vi sentirete forse dire da molti, è irrealistico.
Perché una ferita profonda si rimargini ci vuole tempo: così anche per il vuoto lasciato dalla perdita di una persona amata. Solo con il passare del tempo lo stato di sofferenza si attutisce e gradualmente la vita comincia ad apparire meno vuota e priva di senso.

 


Cosa può rendere più difficile il processo di elaborazione?

Quando le persone persistono nell'attaccamento alla persona defunta e al passato e non accettano la realtà della perdita o quando reprimono la loro sofferenza, cercando di evitare il dolore, rallentano il processo di cicatrizzazione della ferita e il superamento del lutto.
Non è facile prevedere se il processo d'elaborazione del lutto avrà delle complicazioni, ma sicuramente alcuni fattori possono renderlo più lungo e difficile:
- la morte di un figlio,
- le perdite multiple a breve distanza o contemporaneamente,
- una morte improvvisa e traumatica, (per incidente, suicidio, omicidio),
- il non ritrovamento del corpo,
- la morte dopo una malattia prolungata e sfiancante, specie per il familiare caregiver, che ha avuto il peso dell'assistenza,
- la presenza di problemi mentali precedenti o concomitanti,
- i precedenti lutti non risolti,
- una relazione negativa e ambivalente con la persona deceduta,
- difficoltà all'interno della famiglia,
- sensi di colpa e rimorsi per tutto ciò che è rimasto in sospeso con la persona scomparsa: parole non dette, sentimenti non espressi, progetti rimasti incompiuti, per non essere stati vicini alla persona fino alla fine e non aver partecipato al funerale,
- difficoltà a esprimere i propri sentimenti, eccessivo auto-controllo, scarsa auto-stima,
- solitudine e mancanza di sostegno emotivo, pratico, relazionale, spirituale,
- preoccupazioni e problemi finanziari,
- la mancanza di un supporto sociale (ad esempio: madri vedove con figli da crescere, vedovi anziani).

 


Cosa fare per aiutarsi?

Cercare di volersi bene. Non aspettatevi troppo da voi stessi, accettate di non riuscire a tenere tutto sotto controllo. È normale che la vostra vita e i vostri abituali ritmi siano scombussolati. Non ve la prendete con voi stessi se vi capita di fare cose stupide o sbagliate, se siete confusi o disorientati, non può essere altrimenti.

Non lasciarsi andare fisicamente. È molto importante mangiare, magari anche poco ma spesso e senza eccessi, e riposare il più possibile. Cercate di evitare di fare un uso eccessivo di sonniferi: possono essere utili nei primi giorni, ma alla lunga creano assuefazione e dipendenza, rischiando di bloccare il processo naturale di elaborazione del lutto.
È consigliabile fare un po' di esercizio fisico, anche se si tratta solo di una piccola passeggiata.

Cercare di essere consapevoli delle proprie emozioni. Ad esempio, potreste scrivere quello che provate: i vostri sentimenti e i vostri pensieri, magari la sera prima di andare a letto, perché spesso questo aiuta a dormire meglio.

Cercare di condividere il dolore. Tenete presente che gli altri familiari stanno soffrendo anche loro e potrebbero non essere sempre disponibili ad ascoltarvi. Confidatevi con una persona amica, meno coinvolta dei vostri familiari.
Sappiate che si stanno diffondendo gruppi di auto-mutuo aiuto, vis-à-vis e on-line, per persone in lutto e una forma di sostegno per corrispondenza (posta normale o e-mail).

Leggere dei libri che trattano dell'esperienza della perdita e dei suoi significati o frequentare corsi o seminari specifici permettere di trovare un approfondimento autentico con se stessi ed un confronto con le esperienze degli altri.

Cercare di mantenere vivo il ricordo della persona amata. Un tempo si riteneva che il periodo del lutto serviva a spezzare il legame con la persona scomparsa, in modo tale da favorire la nascita di nuovi rapporti e di una nuova identità. Attualmente, invece, si pensa che sia più naturale e di maggiore aiuto mantenere questi legami, ad esempio continuando a parlare della persona amata, festeggiando le date significative, ripercorrendo le esperienze condivise. Ricordare i bei momenti passati insieme è sicuramente doloroso, ma aiuta a sentire l'importanza della vita condivisa e a rivivere emozioni e sentimenti che fanno stare meglio. Molte persone hanno trovato giovamento anche nel riguardare le fotografie, rileggere le lettere e circondarsi di oggetti carichi di particolari ricordi.

Non precipitarsi a prendere decisioni importanti. Per cambiare casa, lavoro, iniziare nuovi rapporti o romperne di precedenti, aspettate di sentirvi pronti e di essere in grado di decidere con maggiore serenità quello che volete intraprendere. Prima di tutto dovete fare i conti con la situazione presente, così radicalmente trasformata rispetto al passato, e poi decidere le cose da intraprendere e modificare.

Frequentare la comunità religiosa alla quale si appartiene. Per alcuni può essere una grande fonte di sostegno, anche se a seguito del trauma della perdita molti credenti si sentono arrabbiati con Dio.   tecniche di meditazione e di rilassamento, che possono aiutarvi a ristabilire il vostro equilibrio.

 


Quando si comincia a stare meglio?

Guarire da un grande dolore è un processo così lento e oscillante nell'andamento che spesso è difficile scorgere i segni di un miglioramento.
Ecco alcuni indizi che possono indicarne l'avvio:

- si riconosce nel proprio cuore che la persona amata se ne è andata per sempre, senza possibilità di ritorno e si accetta la morte come evento definitivo;

- i ricordi, sia piacevoli che spiacevoli, vengono accolti e rivisitati. Durante i primi tempi del lutto ricordare è doloroso perché testimonia implacabilmente quanto si è perduto. In un secondo momento ricordare diventa un'attività dolce, rasserenante, e si cercano persone con cui parlare del passato;

- ci si sente bene e a proprio agio anche da soli. Non si ha più bisogno di qualcuno vicino tutto il tempo, né si cerca spasmodicamente di essere occupati per distrarsi;

- è di nuovo possibile prendere la macchina senza piangere in continuazione. Sembra che la macchina sia il luogo privilegiato per piangere e gridare senza pensare che guidare in queste condizioni può essere pericoloso per se stessi e per gli altri;

- si è meno sensibili ai commenti che altri possono fare. Ci si rende conto che se un parente o un amico dice qualcosa che fa male, lo fa senza intenzioni negative;

- si aspettano di nuovo le feste con gioia. C'erano stati momenti in cui si considerava l'arrivo dei giorni di festività come una calamità, ora ci si prepara a passarli tornando alle vecchie tradizioni o istaurandone delle nuove;

- si è pronti a porgere aiuto a qualcuno che vive la stessa situazione. Aiutare gli altri decisamente aiuta nel percorso di guarigione;

- si può di nuovo ascoltare senza dolore la musica che si era soliti godere con la persona amata e la si trova persino consolatoria;

- si può assistere a una funzione religiosa senza piangere;

- ci si accorge di non pensare continuamente alla persona scomparsa. Quando ciò accade per la prima volta, si può essere presi dal panico: "oh mio Dio, sto dimenticando". Ma non è vero, non si sta dimenticando, non lo si fa mai. Ci si dà soltanto il permesso di andare avanti con la propria vita e certamente è questo ciò che la persona cara avrebbe voluto;

- si riesce a godere di uno scherzo e ridere, senza sentirsi in colpa;

- si ritorna ai ritmi normali del mangiare, del dormire e di tutte le altre attività fisiche;

- si stabiliscono nuove abitudini, nuovi orari, che non includono la persona scomparsa;

- è di nuovo possibile concentrarsi su un libro o un programma televisivo e persino riuscire a ricordarsi le informazioni lette o guardate;

- sembra sufficiente andare al cimitero una volta al mese o soltanto durante qualche festa o occasione particolare;

- ci si accorge che si può essere grati alla vita. Si è sempre saputo che c'erano molte cose buone nella vita, ma si era perduta la capacità di riconoscerlo;

- si riesce a stabilire nuove e salutari relazioni. Nuovi amici fanno parte di una nuova identità e si partecipa volentieri alle attività in comune con loro;

- si riprende fiducia in se stessi. Si è in contatto con la nuova identità acquisita e si ha una direzione più chiara della strada da percorrere per il resto della vita;

- si riesce ad organizzare e fare dei progetti per il futuro;

- si accettano le cose per ciò che sono senza tentare di tornare a come erano nel passato;

- si è pazienti con le "crisi di dolore" che possono sopravvenire. Si comincia a prendere coscienza che arrivano sempre più di rado e che sono meno spaventose e dolorose;

- si aspetta con piacere il risveglio mattutino;

- i ruoli che una volta ricopriva la persona cara sono ora ricoperti da noi stessi o da qualcun altro e si accettano di buon grado questi cambiamenti;

- l'energia e il tempo passati a ripensare a chi e a ciò che si è perduto vengono recuperati, magari per aiutare qualcuno che si trova nelle stesse condizioni o in un'altra condizione di disagio, o per fare progetti di vita;

- entrare a far parte di un'associazione di volontariato è un'occasione davvero preziosa di apertura e di condivisione. Si accetta la nuova vita e si può persino scoprire che l'esperienza del dolore ci ha maturato e fatto crescere.

 


In caso di difficoltà

Purtroppo non sempre e non per tutti è possibile il compimento del processo d'elaborazione del lutto in tempi rapidi e in senso positivo e trasformativo. Talvolta infatti, di fronte agli eventi che l'esperienza del lutto provoca, non prevalgono atteggiamenti adattivi ed elaborativi, ma passivi e distruttivi, carichi di angoscia, disperazione, paura e ribellione, che non consentono alle persone di utilizzare le proprie risorse e quelle dell'ambiente.
Se, trascorsi dei mesi, al limite un anno, dalla perdita della persona amata, vi sentite ancora afflitti da sintomi quali inappetenza o fame insaziabile, insonnia, stati di ansia, difficoltà di concentrazione, desiderio di rimanere isolati, sensi di colpa, incapacità a pensare ad altro che alla morte, depressione, lentezza eccessiva nei movimenti e difficoltà a riprendere le normali attività quotidiane, non esitate a parlarne al vostro medico di fiducia. Sarà lui a decidere se consigliarvi di consultare un professionista (psichiatra, psicologo) e ricorrere al servizio sanitario pubblico della ASL d'appartenenza, presente nel territorio (per i bambini: Servizio di neuropsichiatria infantile, Consultorio; per gli adulti: Dipartimento di salute mentale).
È bene farsi aiutare per non correre il rischio che la situazione degeneri in una forma di lutto complicato, dal quale è più difficile uscire.

 


Quale il senso del lutto dal punto di vista psicologico e spirituale?

Lungo il corso della vita è decisivo poter rintracciare e attribuire un senso all'esperienza del lutto. Comprendere che la perdita che ci fa soffrire, che ci rende più poveri e più soli, che ci addolora, che mette a soqquadro il nostro modo di vivere e di sentire, ci sollecita e ci obbliga, per non sprecare la vita, a profondi cambiamenti.
Una perdita dolorosamente vissuta e profondamente elaborata può creare le condizioni di una maturazione interiore: il raggiungimento, certamente sofferto, di una identità più matura, una maggiore consapevolezza dei valori e delle scelte che guidano l'esistenza, il riconoscimento dell'importanza della componente relazionale e affettiva nell'incontro con gli altri e anche un interrogarsi sul tema della trascendenza.
L'esperienza della perdita di una persona significativa lascia come presenza dentro di noi, oltre il sentimento dell'assenza, un'eredità spirituale e simbolica, un bagaglio di memorie, di affetti, di esperienze ed emozioni condivise e l'acquisizione, spesso in maniera del tutto inconsapevole, di un patrimonio affettivo, relazionale e simbolico da trasmettere alle generazioni successive e che testimonia la continuità della vita.

 


Testimonianze di cambiamento e di crescita

Quando si perde una persona cara si ha l'impressione di essere entrati in un tunnel senza uscita, tuttavia per molti la perdita si può alla fine trasformare in una esperienza nella quale si riescono a vedere dei momenti di crescita ed arricchimento. Riportiamo a questo proposito alcune testimoninaze che ci sono giunte nel corso di questi anni. Se voi stessi volete mandare una testimonianza sdella vostra esperienza di perdita, lo potete fare scrivendoci dalla sezione Contattaci.

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I Una mattina al mio risveglio mi sono improvvisamente resa conto per la prima volta in tutta la mia vita che potevo fare tutto ciò che volevo ed essere tutto ciò che volevo. Questo pensiero era così straordinario che mi sono messa immediatamente a esplorare tutte le cose che volevo fare. È stato allora che sono stata colpita dal fatto che nel passato ero stata solo quello che gli altri volevano io fossi e avevo fatto solo quello che gli altri volevano che io facessi. Ed io fino a quel momento non me ne ero mai neanche accorta.

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II L'incontro con la morte mi ha insegnato che tutti dobbiamo morire, incluse le persone che amiamo. Questo evento doloroso resta immutabile, e fino ad ora la scienza non può porvi rimedio. Da un lato la morte dà senso ai nostri sforzi, mentre dall'altro li rende futili, ma noi dobbiamo avere l'audacia di vivere.

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III Generalmente quando una persona viene colpita da un lutto, preferisce non parlarne, lo tiene come un diario segreto, che scrive giorno dopo giorno, custodendolo gelosamente, per non dare modo ad altri di condividerlo.
Ma non è così, perché con le persone che si sono trovate e si trovano nella tua stessa condizione è come se il lucchetto con cui hai chiuso il tuo diario si rompesse per permetterti di esprimere liberamente la tua angoscia, il tuo dolore, la tua rabbia, i tuoi sensi di colpa verso la persona che tanto ti manca.
Con il passar del tempo, la parola chiave "Morte" che prima ti spaventava incominci a sussurrarla; si alleggerisce il peso che ti opprimeva, lasciando spazio ai ricordi dei bei momenti vissuti. Parlare dei tuoi ricordi, dei tuoi pensieri con persone che sanno ascoltare e capire senza dare giudizi, ti aiuta a sopportare meglio il tuo dolore per quanto profondo possa essere. È un processo lento, ma giorno dopo giorno ti rendi conto che la ferita si rimargina fino a riuscire ancora a sorridere e questo è il modo migliore per onorare la memoria di una persona cara. (Testimonianza del gruppo di auto-mutuo aiuto "Camminare Insieme" di Rho)

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IV Non soffrire più.  Il momento peggiore è la mattina. Ti svegli e, ancora confuso, magari per un infinitesimo di attimo, puoi credere di aver attraversato solo un brutto sogno. E invece è tutto vero. Il dolore, con la solitudine impermeabile che lo riveste, è lì che ti aspetta. Attende di starti addosso per una nuova giornata, da vivere con quella voragine profonda che, prima ancora che nel cuore e nella testa, senti soprattutto in fondo allo stomaco. Da dove viene la forza per cominciare un nuovo giorno che non è più abitato da chi avresti voluto amare per sempre, un marito, una moglie, una sorella... un figlio? Come si fa ad accettare che muoia prima di te, mentre la vita dovrebbe avere un altro corso? «Devi tirarti sù», dicono gli altri, quelli che si affannano all'inizio e poi non vogliono "disturbare" e forse nemmeno rischiare di rimanere "contagiati" dalla morte. Tutte le parole sono diventate buste vuote e tanti discorsi, anche di chi dovrebbe saper parlare della vita e della speranza, non ti dicono nulla o, peggio, ti fanno male. A meno che... a tenerti la mano ci sia qualcuno speciale, qualcuno che "ci è già passato", che non si nasconde, ma rischia di venirti incontro, che ti conosce anche se non sa nemmeno il tuo nome, perché è in confidenza col dolore, la solitudine e anche la disperazione gelida che provi tu. È allora che quell'assurdo: "Non soffrire più" comincia, a fatica, a poco a poco, a colorarsi di senso. (Da 'Famiglia Cristiana' 20/2006)

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V Il passaggio di testimone. C'è stato un momento, quand'ero bambina, in cui mi sono accorta che le persone muoiono. Detta così, sembra una cosa un po' assurda: ma come, non lo sapevo "già"? Non lo sappiamo forse "da sempre"? Si sa che si muore come si sa che si nasce, non è mica una cosa che si impara: così dice dentro di me la voce della logica e forse se facessimo un'inchiesta, una di quelle tanto popolari e inutili, quanto lette compulsivamente ogni giorno su giornali e riviste, la prima risposta sarebbe proprio quella: lo si sa, e basta. Eppure, se ci riflettiamo un po' più a fondo, a ciascuno verrà in mente un'occasione in cui lo abbiamo imparato.
Una morte più vicina delle altre, un funerale, il lutto intorno a noi: gli eventi possono essere i più svariati. Ma, allora, se la morte ci appare come qualcosa la cui presenza si "apprende", vuol dire che c'è qualcuno che può "insegnarlo", insegnare che la morte è un accadimento di questa vita. Non di un'altra. Non possiamo probabilmente "imparare a morire" - in pochi ci riescono, e chi l'ha raccontato ha parlato di un'esperienza di straniamento, illuminante ma certo non semplice da "insegnare" - , si può però, forse, imparare a non respingere il pensiero della morte, e quindi a non lasciarsene sopraffare allorché distogliere gli occhi da essa non è più possibile, quando appunto "ci accorgiamo che le persone muoiono". Torno a quella bambina di tanti anni fa, al suo spavento, al suo terrore, alle domande senza risposta: se cominciano a morire le persone che conosco tra un po' ci saranno più morti che vivi intorno a me. Dove vanno, da chi sono rapiti, non esisteranno mai più, non li incontrerò mai più?
Una sequela di "non più" e "mai più" che spezzano la continuità della vita senza dar luogo a nuovi avverbi, a nuove connessioni, a un legame possibile tra ieri e domani.
No, ovviamente non c'era una "epidemia" di morte intorno a me. Avevo appena perso mio padre e questo mi aveva fatto scattare l'attenzione ad altre morti intorno a me, vicine o lontane. Non vorrei qui spendere parole per ciò che di intimo e personale ha comportato per me quell'evento, quanto invece soffermarmi sulla sutura di una ferita attraverso la memoria, e su come sia forse proprio questo che la morte può essere "insegnata".
La vita è un percorso che si snoda attraverso e grazie al filo della propria memoria, e comprendere che la propria biografia è il frutto di tante storie e tante vite è a mio parere qualcosa che si apprende anche grazie all'insegnamento, ovvero alla trasmissione intergenerazionale della memoria di chi perdiamo, o di chi non abbiamo mai conosciuto.
Nelle culture tradizionali, specialmente in quelle di tipo rurale, il funerale è un rito familiare e comunitario e fa parte dei rituali di passaggio di ogni individuo che diviene adulto e che apprende che il suo posto nel mondo è protetto dagli antenati, da coloro che, pur se assenti, esigono onori e tributi di memoria. Senza addentrarsi nei particolari e nelle differenze che ciascuna religione ha codificato nel tempo attraverso molteplici credenze nel mondo dell'aldilà, si può dire che ogni culto ha inteso rappresentare un processo di accettazione della morte che può avere un valore, un significato - nonché un esito "terapeutico" - anche per chi non condivide quella fede o credenza. Per chi in sostanza si definisce laico, o ateo.
A sanare quella ferita, a ricucire quella rottura può essere infatti non già - o non solo - l'idea della vita-oltre-la-morte, bensì la memoria di altre vite, testimonianze che vengono trasmesse tra le generazioni. Storie da tramandare, storie che curano.
Il funerale può essere l'evento rituale in cui nasce il germoglio della storia da narrare: l'assenza è il dato di realtà, il ricordo non vi si contrappone, non rimuove, bensì costruisce il ponte tra passato e presente.
Allontanata dal luogo della sepoltura, protetta da lacrime che sempre spaventano il mondo adulto, quella bambina ha potuto fingere che forse non era successo davvero perché in quel momento nessuno sapeva insegnarle cos'è la morte. Ma l'accoglienza del dolore e della disperazione è il primo gesto di accudimento verso la storia, verso una "nuova" storia.
Molti anni dopo, a un altro funerale la non-più-bambina ha rig urgitato il pianto antico. Ma i coaguli si erano induriti negli anni, e ci fu bisogno di altro tempo e di una stanza protetta per far sgorgare nuove lacrime e per far parlare la memoria.
Molti e molti anni dopo, a un altro funerale, i figli di quella bambina sono stati accolti nell'abbraccio di un padre che aveva perduto sua madre, unendo le loro lacrime e iniziando insieme un'altra storia.
È una narrazione che comincia con un passaggio di testimone, con un padre che racconta in pubblico - inventandosi un rito non previsto dal culto in cui non crede - la trama di una vita, trasmettendola per la prima volta ai propri figli, conferendo senso e valore alla cerimonia degli addii.
Forse quei figli sapranno continuare il racconto. (Alessandra Orsi)