La ferita del lutto

Con la parola “lutto” s’intende sia la reazione emozionale che si sperimenta quando perdiamo una persona significativa della nostra esistenza, sia il tempo che segue alla sua morte.
Chiunque sia mancato – un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello, un nonno, un amico – sentiamo di aver perso una parte di noi stessi e, com’è naturale, sperimentiamo un periodo di sofferenza e difficoltà. Non si può amare qualcuno e perderlo, senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, della sua esistenza, senza diventare vulnerabili e provare dolore.
Con la morte della persona subiamo una ferita che tocca il nostro passato e la nostra capacità di guardare avanti: non solo perdiamo il calore della sua presenza, e con questa una parte di noi stessi e della nostra storia, ma anche lo sguardo in avanti che si esprimeva in progetti e prospettive.

Ci sentiamo mutilati, all’improvviso, di una grande parte di noi stessi. Sperimentiamo una penosa lacerazione di tutta la nostra persona: è come uno “strappo”, una penosa frantumazione di tutta la nostra persona: ci sentiamo feriti nel corpo così come nel nostro modo di relazionarci agli altri, nella nostra possibilità di pensare al futuro come nei nostri sentimenti più intimi. La ferita è aperta, dolorosa. Solo il tempo, l’accettazione del dolore, la fatica ed un impegno personale permetteranno alla ferita di cicatrizzarsi.
E’ necessario un vero e proprio lavoro per poter tornare a vivere una vita che sicuramente sarà molto diversa da quella di prima ma che, con il tempo, potrà ridiventare ricca di valore se riusciamo a integrare la perdita nella trama della nostra vita.
Chiunque abbia attraversato un’esperienza così dolorosa come quella del lutto ed è riuscito ad andare avanti, sa che ci si può dare forza, scoprendo che la vulnerabilità, la disperazione, la paura convivono in ciascuno di noi a fianco del coraggio e della determinazione a vivere.