Bambini in lutto

Purtroppo non possiamo evitare di far sperimentare ai bambini il dolore per la morte di una persona significativa della loro vita e gli inevitabili cambiamenti e complicazioni che intervengono all’interno della famiglia.
In genere gli adulti, volendoli proteggere, tendono a tacere, a nascondere o a mascherare in qualche modo la verità: pensano che siano troppo piccoli per capire, partecipare, condividere dispiacere e sofferenza, o troppo impressionabili e fragili per reggere una situazione carica di emozioni e tensioni; inoltre temono di non saper gestire le reazioni dei bambini e di commettere degli errori, provocando ulteriori sofferenze.
Ma l’esclusione e il silenzio non proteggono i bambini, né li preservano dal disagio, dallo smarrimento, né li fanno diventare più maturi.
Anzi i momenti peggiori sono proprio quelli in cui i bambini, anche i più piccoli, percepiscono che è successo e sta avvenendo qualcosa di grave e non sanno trovare risposte a tutto quello che avviene in famiglia, per cui si sentono esclusi, ignorati e lasciati soli.
I bambini devono invece essere sostenuti e accompagnati passo passo nel percorso di accettazione ed elaborazione della realtà dolorosa e ciò può realizzarsi solo all’interno di un rapporto affettivo fatto di fiducia, dialogo e condivisione sia all’interno della famiglia che in ambito sociale.
Infatti la qualità, l’intensità e la durata delle reazioni che i bambini possono presentare, sono collegate non solo all’evento “morte” in sé, ma alla complessità della situazione vissuta dal bambino prima e dopo la scomparsa della persona amata.
In un ambiente favorevole, che si prende cura del bambino, la morte di un genitore, di un fratello, di un nonno o di una persona cara, non porta necessariamente a gravi difficoltà e a un arresto dello sviluppo. I bambini infatti mostrano una certa forza e resistenza nel lottare contro le difficoltà e le tragedie della propria vita e bisogna aver fiducia nelle loro possibilità di partecipazione e recupero, nel loro coraggio e creatività e perfino nel loro realismo e senso pratico.

Certamente la morte di un genitore e, in particolare, la perdita della madre è l’esperienza più dolorosa e grave che un bambino possa incontrare: significa la perdita di sicurezza e di affetto, la perdita di vicinanza e di supporto con cui era stato nutrito e su cui faceva affidamento.

Perché il bambino possa accedere a un’autentica accettazione della perdita del proprio genitore è necessario un lento e graduale processo, il cui significato va negoziando in continuazione e la cui elaborazione si evolve e si completa nel corso di tutta la sua vita.

I bambini, i primi tempi, vedono che il genitore non c’è e, anche se sanno che non può ritornare, lo continuano a desiderare, a cercare, a chiamare e a parlargli.

Ricordano a lungo e molto di frequente il genitore scomparso. Lo fanno immaginandolo vicino, conservando o indossando oggetti che gli appartenevano, oppure riguardando le foto. Molti sentono anche la presenza fisica del genitore e lo rivedono vivo e attivo anche nei propri sogni, alcuni con il timore di essere disapprovati, altri con il piacere di sentirsi protetti.

Anche i sensi di colpa sono parte integrante del lutto dei bambini, proprio come negli adulti. Alcuni si sentono in colpa per il fatto di essere vivi e sopravvissuti al genitore,

oppure temono di aver provocato la morte del genitore o per eventi reali perché lo avevano fatto arrabbiare o ci avevano litigato, o per colpe immaginarie in base ad alcuni pensieri negativi, come ad esempio quello di avergli augurato la morte perché severo, giudicante o violento. Non mancano neppure la rabbia e l’angoscia. Ecco le parole di un bambino di sei anni, orfano della madre: “Perché, perché se ne è andata? È stata cattiva, ci ha lasciato soli, che faremo senza di lei?”

Si comprende facilmente che, se i bambini sono lasciati a se stessi nel far fronte a dubbi, rabbia, aggressività, angoscia, sentimenti di abbandono o emozioni confuse di colpa e di biasimo, le difficoltà possono intensificarsi e perdurare anche nell’età adulta.

I grandi devono rassicurare i bambini che i loro vissuti sono normali e comuni, che nulla di quello che loro hanno detto o fatto può aver causato la morte del genitore.

Spesso i bambini ricostruiscono, proprio come gli adulti, un insieme di avvenimenti e ricordi, che sono strumentali alla costruzione di un’immagine interiore del genitore ormai assente, che consente di sentirne e mantenerne la presenza affettiva dentro di sé.

La perdita è irrecuperabile, ma la rappresentazione mentale permette di mantenere una relazione che cambia via via nel processo di maturazione del bambino e si modifica di intensità in relazione al diminuire del dolore.

Un altro aspetto che rende problematica la situazione dei bambini rimasti orfani è quello di dover affrontare l’esperienza di un doppio lutto.

Infatti, oltre al dolore per la perdita del proprio genitore, vivono anche l’inconsolabile sofferenza dell’altro, per cui il loro compito elaborativo e riparativo diventa ancora più faticoso e complesso.

Una madre o un padre, rimasti vedovi, possono infatti isolarsi, allontanarsi da tutti, anche dai loro bambini, diventare depressi, incapaci di reagire e far fronte ai nuovi compiti e ai cambiamenti.

È importante, se il genitore non è in grado di sostenere il proprio figlio, ci sia vicino una valida figura sostitutiva e un ambiente che dia fiducia e speranza perché non ne risenta il processo evolutivo del bambino.

Un altro aspetto che rende problematica la situazione dei bambini rimasti orfani è quello di dover affrontare l’esperienza di un doppio lutto.

Infatti, oltre al dolore per la perdita del proprio genitore, vivono anche l’inconsolabile sofferenza dell’altro, per cui il loro compito elaborativo e riparativo diventa ancora più faticoso e complesso.

Una madre o un padre, rimasti vedovi, possono infatti isolarsi, allontanarsi da tutti, anche dai loro bambini, diventare depressi, incapaci di reagire e far fronte ai nuovi compiti e ai cambiamenti.

È importante, se il genitore non è in grado di sostenere il proprio figlio, ci sia vicino una valida figura sostitutiva e un ambiente che dia fiducia e speranza perché non ne risenta il processo evolutivo del bambino.

A livello cognitivo il concetto di morte si forma pian piano nel tempo e si evolve attraverso una serie di concetti che vanno collegandosi tra di loro, prima semplici e poi sempre più complessi. Come avviene per il disegno della figura umana, in cui i bambini cominciano dal viso, poi aggiungono le braccia e pian piano tutte le parti del corpo, secondo uno schema preciso utilizzato dalla maggioranza dei bambini del mondo.

Anche la comprensione mentale del concetto di morte, dalla percezione della mancanza fino alla comprensione della irreversibilità della perdita, – dal “non c’è“, al “non c’è più“, al “non c’è più per sempre” – è un lento processo d’acquisizione, che muta in continuazione e sembra concludersi verso i sette-otto anni. Da questa età si acquisisce il concetto che la morte è universale e inevitabile.

Ma per comprendere cosa i bambini pensano e sentono riguardo alla morte il modo migliore è di ascoltarli con molta attenzione e di lasciarsi guidare da loro.

A livello emozionale i bambini, anche molto piccoli, sentono la mancanza della persona a loro cara e provano disagio, sofferenza e angoscia. Naturalmente i bambini, specie i più piccoli, non sanno esprimere ciò che sentono né hanno comprensione che molti dei loro comportamenti e delle loro difficoltà sono collegate alla perdita della persona a loro cara.

Le modalità di risposta dei bambini alla perdita dipendono dall’interazione di una molteplicità di fattori. Oltre alle caratteristiche personali (età, grado di maturazione mentale ed emozionale) contano la qualità e l’intensità della relazione e del legame con la persona deceduta, le risorse affettive e comunicative della famiglia, le possibilità economiche di continuare la vita abituale di ogni giorno e – non ultime – le risorse dell’ambiente sociale, in cui sono inseriti. Si può quindi comprendere che le conseguenze variano enormemente e che i bambini, proprio come gli adulti, hanno un loro proprio modo di vivere la perdita.

Sperimentano profonde risonanze affettive e rivelano le loro difficoltà attraverso alcuni comportamenti e manifestazioni psicosomatiche, che sono da considerarsi come equivalenti del lutto.

Si possono presentare ripiegamenti regressivi (succhiamento del pollice, enuresi, encopresi, paura del buio, non volere stare o dormire da soli), difficoltà di attenzione e calo nel rendimento scolastico, ma soprattutto manifestazioni psicosomatiche (insonnia, inappetenza, balbuzie, disturbi della pelle, incubi notturni, peggioramento di sintomi già presenti, come asma, cefalee) e psicologiche (pianto, disperazione, ansia inibizione psicomotoria con comportamenti abulici, passivi di isolamento e ripiegamento su sé stessi, o iperattività reattiva con irrequietezza, rabbia, aggressività,), che esprimono la pervasività della sofferenza a livello fisico e psichico e le angosce di separazione e abbandono, che stanno sperimentando.

Certamente i bambini in lutto non riescono a tollerare per lungo tempo il dolore. Per la loro mobilità e labilità di attenzione passano facilmente dal pianto al riso e si alleggeriscono distraendosi e interessandosi ad altro. Questi comportamenti, che non corrispondono alle aspettative degli adulti, vengono molto spesso scambiati per disinteresse, indifferenza, incapacità di provare sofferenza. Si pensa che non si ricordino della persona scomparsa, perché giocano e corrono come al solito con i compagni, ma non è così. Nei momenti più inaspettati pongono domande di fondo: “Dove sta ora la mamma/il papà/il fratello o la sorella? Mi vede, mi sente?”.

Preparandoli e informandoli sufficientemente su quello che sta succedendo, dovrà succedere o è già successo all’interno della famiglia. Se i bambini partecipano agli eventi e vengono informati in maniera semplice e realistica, se comunicano con gli altri familiari, avranno maggiori strumenti per esprimere e interpretare le emozioni e i sentimenti propri e altrui. I bambini non si adattano facilmente alla scomparsa e all’assenza della persona per loro importante, anche quando un discorso sulla morte è stato espresso e condiviso. Bisogna più volte riprendere la storia della malattia, dell’incidente o dell’evento che ha provocato la morte, perché i bambini ritornandoci sopra e ripensandola, si possano appropriare di questa realtà dolorosa.

Sostenendoli e accompagnandoli passo passo nel percorso di accettazione ed elaborazione della malattia e della morte della persona cara, creando un’atmosfera dove le paure, le domande possano essere espresse e accolte anche se spesso sono formulate in momenti del tutto inattesi. Ciò può realizzarsi solo all’interno di un rapporto affettivo fatto di fiducia, dialogo e condivisione. Inoltre non si dovrebbe inibire la loro curiosità, la loro ricerca di risposte, perché in questo modo imparano a confrontarsi con la perdita, a partecipare agli avvenimenti familiari insieme agli altri, a collaborare e a porsi delle domande sulla vita e sulla morte. Naturalmente nel sottolineare l’importanza della comunicazione schietta e sincera s’intende che le considerazioni e le parole debbano essere chiare e semplici, rispondenti all’età e alle capacità di comprensione del bambino, perché una comunicazione intempestiva, confusa e inadatta, può diventare inutile e dolorosa. È anche importante che le parole siano accompagnate da un contatto fisico intenso e caloroso e forse, ancora prima di parlare o di rispondere alle domande dei bambini, sarebbe bene chiedersi cosa pensano loro e successivamente verificare cosa ricordano e provano delle cose che diciamo loro.

Aiutandoli a esprimere e condividere cosa sta accadendo dentro di loro e non lasciandoli soli nel far fronte a dubbi, confusione, rabbia, aggressività, sensi di colpa, angoscia, sentimenti di abbandono. I bambini hanno bisogno di esprimere a loro modo e coi loro tempi il dolore per la perdita della persona amata e il genitore/familiare capace di dare ascolto al bambino e di fargli esprimere i suoi sentimenti, lascia aperta la possibilità di mentalizzare il dolore.

Ricordando con loro la persona scomparsa. Rievocare la storia del rapporto, le esperienze, le gioie, i dolori, gli avvenimenti, le speranze e le preoccupazioni vissute insieme è un aspetto importante del processo di elaborazione del lutto: fa riemergere ed entrare in contatto con le emozioni e gli affetti, che in seguito possono diventare condivisibili anche con le parole.

Mantenendo una continuità nelle abitudini del vivere quotidiano. I bambini hanno delle ansietà sulla loro sorte e sui cambiamenti concreti che avverranno in famiglia: “Chi mi porterà a scuola? Chi mi curerà se mi ammalo? Chi mi racconterà le favole? Chi mi riprende a ginnastica? Chi ci manterrà? Potremo rimanere in questa casa?”. È utile discutere di questi problemi concreti e reali per tranquillizzarli e rassicurarli su come andrà avanti la loro vita e quella della famiglia.

Facendoli sostenere anche dal contesto sociale: parenti, amici di famiglia, scuola, associazione sportiva, parrocchia, scout,… Spesso i bambini incontrano difficoltà nel sociale: ad esempio nella scuola, nei gruppi sportivi e ricreativi che frequentano dove possono sentirsi diversi dagli altri e provare un senso di inferiorità. Basti pensare alla festa del papà o della mamma, che si celebra a scuola e che loro non possono vivere appieno né condividere pienamente con i compagni. Anche per questo motivo alcune volte non dicono cosa è successo in famiglia e scrivono dei pensieri o rispondono alle domande, dicendo delle bugie che negano la realtà, proprio per non sentirsi diversi.

Testimonianze e approfondimenti

Testimonianze di genitori che fanno parte dell’Associazione “Genitori di Angeli”

Per la maggior parte di noi genitori parlare della morte è stato ed è tutt’uno con il “raccontare la vita” dei nostri figli: è una impresa di per sé difficile, ma ancora più necessaria, se è vero che il racconto, e non il silenzio, permette ai nostri figli di continuare a viverci accanto.

La magia

Quando Gianluca è nato, Giacomo aveva 5 anni, e Gianluca era il suo primo ed unico cuginetto. Abitando vicini, i 2 bambini hanno trascorso molto tempo insieme, sia facendosi visita, che trascorrendo insieme le vacanze al mare ed in montagna.

Giacomo, un bambino molto sensibile, affettuoso, si affeziona subito al cugino, il quale contraccambia il suo affetto, sebbene neonato, con i sorrisi e gli sguardi.

La diagnosi di Gianluca è però evidente fin dai primi giorni di vita (Atrofia Muscolare Spinale) che porta velocemente a una completa paralisi dei muscoli, compresi quelli respiratori e all’utilizzo di particolari ausili (aspiratore delle vie aeree, sondino nasogastrico, ecc.).

A noi non è parso giusto nascondere a Giacomo che qualcosa non andava nel cuginetto, anche perché era evidente il confronto con sua sorella, nata tre mesi dopo Gianluca, che si muoveva e piangeva normalmente. Abbiamo cercato di spiegargli con parole adatte a lui la realtà e le situazioni cui assisteva, senza eludere le sue domande e senza nascondere l’evidenza.

“Gianluca è un bambino speciale, che non riesce a muovere le braccine e le gambine, quindi bisogna dargli giochi leggeri.”

“Ricordati di lavarti sempre le mani quando gli stai vicino perché Gianluca è delicato.”

“Gianluca non riesce a soffiarsi il naso come fai tu, e quindi la mamma lo aiuta con questa macchina.”

Non ci ha mai chiesto qualcosa in più, e non abbiamo detto più di quanto lui chiedesse: gli bastava una risposta causa-effetto.

Le risposte che gli abbiamo dato lo hanno sempre soddisfatto.

Il nostro parlare era sereno, come il nostro comportamento; non abbiamo mai mostrato a Giacomo la tristezza e le preoccupazioni, ma abbiamo voluto assaporare con lui gli intensi momenti di gioia e amore che Gianluca donava a tutti. Crediamo che ciò abbia permesso di creare un bel rapporto tra i due cugini che, unito alla naturale spontaneità e semplicità dei bambini, ha fatto in modo che Giacomo ancora oggi viva senza angoscia il ricordo di Gianluca. Anzi, lui è felice di parlare dei momenti passati insieme al cugino.

Dopo 5 mesi e mezzo Gianluca diventa un angioletto. Al funerale Giacomo non c’è, ma il pomeriggio stesso, ci incontriamo con la sua mamma. Appena ci vede senza Gianluca, ci chiede insistentemente dove sia (non ci aveva mai visto senza di lui). Ci eravamo preparati un po’ il discorso a casa, ma in quel momento le parole ci escono di bocca senza accorgerci, come “ispirati” da qualcuno. Giacomo ha l’età in cui crede alle cose magiche, e quindi gli diciamo che Gianluca è un bambino magico, “speciale”, come possono essere solo i bambini che non muovono gambe e braccia. E visto che non può muoverle, gli sono spuntate le ali, come quelle degli angeli, e sta volando sopra a tutte le città del mondo a fotografare tutti i treni che vede così da portarti tante e tante foto. Infatti Giacomo in quel periodo è appassionato in maniera quasi maniacale di treni e di città. “E quando torna, zia?” “Quando avrà fotografato tutti i treni del mondo.” Per quel giorno questa spiegazione gli basta. Ma nei giorni seguenti, ci chiede sempre se Gianluca sia tornato, ne sente la mancanza, tanto che è disposto anche a rinunciare alle foto dei treni.

Nelle nostre risposte manteniamo sempre alcuni punti fissi:

– “Solo Gianluca è magico perché non poteva muoversi”, in modo che Giacomo non possa pensare di andarsene anche lui oppure la sua sorellina;

– “Gianluca ora sta bene, non ha più male alle braccia e alle gambe”, e questo fa sì che Giacomo spontaneamente pensi che forse Gianluca sta meglio in cielo con le ali, piuttosto che qui;

– “Gianluca non è solo, ci sono tante persone che si prendono cura di lui”, infatti Giacomo si preoccupa che qualcuno gli dia le pappe, lo lavi, gli canti la ninna-nanna, così come sua madre fa con la sorella.

Dopo alcune settimane la domanda persistente è: “Quando torna Gianluca?”.

Non possiamo dirgli una bugia, e quindi chiediamo a lui se crede che Gianluca voglia tornare. Giacomo ci sorprende ancora una volta. La sua risposta è stata: “Secondo me, zia, Gianluca sta meglio in cielo…”.

Nei due anni successivi, Giacomo parla ancora spesso di Gianluca ed elabora “spontaneamente” che lui è morto, che non tornerà più; ci chiede spesso cosa fa in cielo, se va a scuola, se gioca con gli amici e così via. E noi continuiamo a rispondergli con semplicità e sincerità, consapevoli che per lui è importante sapere che il cugino fa una vita simile alla sua e allo stesso tempo ha difficoltà a pensare che in cielo ci siano le sedie e i banchi della scuola e, soprattutto, che Gianluca possa star seduto visto che non riusciva a muovere le gambe. “Agli angeli non servono le sedie, perché spesso volano e quando sono stanchi si appoggiano alle nuvole.” – “Hai ragione, zia.”

Daniela e Alberto, mamma e papà di Gianluca

Una brutta sorpresa

La malattia di mia figlia si è protratta per sette anni e mezzo.

Il fulmine ci è caduto addosso quando aveva appena compiuto sette anni ed è mancata a quattordici e mezzo. Siamo così cresciuti insieme, come famiglia, con questo fardello, unendo nella malattia anche la sorellina che aveva due anni.

In un percorso così lungo le domande sono state tante, legate alla malattia, alle terapie e a tutti quegli eventi particolari che agli altri coetanei non capitavano. Non abbiamo mai affrontato però con nessuna di loro il tema della morte. A casa nostra questo evento era visto come naturale, riguardante però le persone anziane. Penso che per un adolescente sia l’ultimo argomento di conversazione a meno che non ci sia un episodio che lo porti ad affrontare il tema. Io fino ad allora non ne avevo avuto l’occasione.

Marta durante la malattia ci ha posto molte domande, inerenti i suoi problemi e le cure; le sue paure erano legate al dolore e le nostre risposte la rassicuravano, inoltre, la sua patologia non ha richiesto che brevi ricoveri nel reparto oncologico e non ha per questo mai legato il suo destino a quello degli altri bambini del reparto.

Sembrava così una ragazza normale ed è per questo che la sua morte ha sconvolto tutti i suoi coetanei. Le prime reazioni sono state: Non è possibile! Non è vero!

Alcuni di loro sono venuti a chiedermi se era proprio vero della sua malattia, non credevano a quanto gli insegnanti dicevano e soprattutto non avevano accettato che a parlarne loro fosse stato un estraneo: visto lo scompiglio nel gruppo infatti, avevamo creduto fosse giusto coinvolgere una persona preparata ad affrontare con loro questo argomento ma la reazione generale è sembrata fredda e distaccata. Non hanno parlato del loro dolore, non si sono scoperti, forse perché si tentava di dare una spiegazione a qualcosa che consideravano inspiegabile ed inaccettabile. La persona contattata era un sacerdote che ha tentato di spiegare con la fede quanto era accaduto. Quello che loro cercavano e di cui hanno poi parlato con me, erano però risposte più reali: come mai in tanti anni non abbiamo mai capito quanto fosse grave la situazione? Come mai non ci siamo resi conto neppure negli ultimi tempi che si avvicinava la fine? Ma voi genitori come avete fatto ad apparirci sempre così sereni e disponibili?

La mia risposta è stata che, finché c’era lei, sapevamo che dovevamo comportarci così, perché la nostra serenità si rifletteva su di lei. Una volta che una sua amica le aveva chiesto se era preoccupata, Marta aveva risposto che non lo era perché anche i suoi genitori non lo erano.

Dopo l’incredulità si è fatta largo la rabbia e le frasi dette tra le lacrime dicevano che avrebbe meritato la guarigione dopo tante prove e che non era giusto che Dio avesse preso proprio lei quando al mondo c’è tanta gente cattiva.

Alcuni di loro sono stati vicino alla sorellina di ormai dieci anni, accompagnandola nello svago ma anche, ad esempio, nelle visite al cimitero.

Per quanto riguarda la sorella, lei è cresciuta accanto a Marta, malata da sempre, che viveva periodi in cui sembrava stare benissimo e periodi in cui era ricoverata in ospedale.

La morte di Marta è coincisa con il giorno della celebrazione della prima comunione di Elisabetta. Non sono riuscita a prepararla prima su quanto stava succedendo. Come avrei potuto dirle che il Gesù che stava per ricevere nel suo cuore si stava prendendo sua sorella?

Il giorno dopo l’ho chiamata in cucina, l’ho presa in braccio e l’ho stretta a me. Lei subito mi ha chiesto cosa era successo a Marta e ho dovuto dirle che questa volta non sarebbe più tornata a casa… Non mi ha chiesto perché, ma mi ha subito chiesto se era morta. È scoppiata a piangere e in quel momento è arrivata la sua ex insegnante della scuola materna ed insieme hanno fatto una lunga chiacchierata.

Elisabetta è venuta al funerale e ha voluto che dentro la bara venisse messo un ultimo regalino che aveva comprato per sua sorella. Prima, quasi sorridente nel vedere che c’erano anche tutti i suoi compagni di classe, poi è scoppiata nel pianto durante la cerimonia, mentre si trovava tra il papà e me.

È passato un po’ di tempo prima che riprendessimo il discorso. Le ho parlato solo allora della gravità della malattia di Marta, nell’intento di dare una spiegazione alla sua morte: era ammalata e non avrebbe potuto in ogni caso vivere. Marta era soprattutto molto triste quando non andava a scuola, quando non poteva uscire con le sue amiche e questo sua sorella lo percepiva. Ha capito poi e se lo augura che sua sorella sia più felice adesso.

Cristina, la mamma di Marta

Trovate nel sito “Soli ma Insieme, nell’area “Familiariuna trattazione più approfondita del lutto vissuto dai bambini e suggerimenti su come aiutarli e sostenerli nel loro percorso.

Nell’area dedicata ai bambini, invece, trovate una serie di attività da fare con loro per aiutarli a parlare delle loro emozioni, esplorare le loro risorse e condividere le loro difficoltà.

Trovate nel sito “Soli ma Insieme” anche una ricca bibliografia ragionata di libri che potete leggere con i bambini, facilitando loro l’espressione delle emozioni e il racconto della loro esperienza nonché stimolando le domande che forse vorrebbero fare.

Vi suggeriamo anche di vedere anche nel nostro sito le sezioni “Lutto e scuola” e “La famiglia e il lutto“.

Come i bambini vivono la perdita di una persona cara”: Paola Fornasier, psicologa dell’Advar, parla al XI Congresso dei Gruppi di auto-mutuo aiuto, Marzo 2011

Suggerimenti di lettura

Algini M.L., Le ferite invisibili. Sui bambini e la morte dei genitori, Robin, 2016

Crozzoli Aite L., “Il silenzio protegge dalla sofferenza?” tratto da I giorni rinascono dai giorni, Edizioni Paoline, 2007

Fitzgerald H., Mi manchi tanto. Come aiutare i bambini ad affrontare il lutto, La Meridiana, 2004

Ronchetti F., Per mano di fronte all’oltre, Come parlare ai bambini della morte, La Meridiana, 2012

Ronchetti F., Non lasciarmi solo, l’adolescente di fronte al lutto, Paoline 2013

Sunderland M., Aiutare i bambini a superare lutti e perdite, Erikson, 2005

Schaefer D., Come dirlo ai bambini. Come aiutare i bambini e gli adolescenti ad affrontare la morte di qualcuno, Sonda, Alessandria 2009