“Così, all’indomani di una morte, le “cose” costringono a scelte difficili, che vanno ben oltre le cose stesse.

Lasciare tutto com’è: non toccare niente, non dar via niente, nell’illusione di soffrire di meno, di prolungare la presenza, di proteggersi dall’abbandono e dalla solitudine. Come se la casa e le cose avessero un’anima, e quest’anima continuasse a far vivere lui.    

Oppure fare il salto: decidere la destinazione delle cose, vivere lo strazio di separarsene, prendere atto che ricordano tutto di lui ma non sono più lui. Nell’illusione, pure in tal caso, di attenuare la crudezza dei ricordi, di cercare di ricominciare, di non restare imprigionati nella melanconia. Come bastasse vuotare un armadio per fare tutto questo e soffrire di meno.

Il tremendo potere delle povere cose che sopravvivono“.

M.L.Algini, Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto, Robin, 2011

 

Quando una persona cara muore, scompare dalla realtà fisica che prima condivideva con noi ma lascia dietro di sé le tracce materiali della vita che abitava. Di quella ricca vita di un tempo rimangono, come testimoni silenziosi, stanze, armadi, cassetti, oggetti, spazi, carte, piante, abiti, doveri, debiti, tutto ciò, insomma, che c’era fino al momento della scomparsa.

Quelle tracce sono, nel loro insieme, come una capsula del tempo: tutto diventa – oltre che testimone di una vita che c’era e che è finita in un preciso momento – denso di significato, di ricordi e sollecita emozioni, reazioni, riflessioni positive e, inevitabilmente, anche negative. Tutto parla ancora della persona, pur nella sua assenza: dei suoi gusti, delle sue attività, della sua storia, delle sue scelte e del peso che ha avuto nella nostra vita.

Dal momento che le reazioni di ognuno dipendono in modo e misura diversa dalla propria personalità e dalla qualità e dall’intensità della relazione che si aveva con l’altro, è difficile fare un discorso generale che possa toccare tutti, nella varietà di relazioni che intratteniamo anche con le persone più prossime, care o meno, e con le tracce materiali che hanno lasciato dietro di sé. Come ogni cosa che riguarda il lutto, inoltre, non c’è un comportamento giusto e uno sbagliato ma solo una varietà di reazioni individuali. Tutte sono giuste per la specifica persona e la sua storia.

A lungo, toccare qualcosa che l’altro ha toccato, leggere i suoi libri, sfogliare le sue carte, curare le sue piante, utilizzare I suoi oggetti, I suoi spazi, ci offre una sorta di melanconica consolazione, come se – attraverso le cose e il nostro usarle e curarcene – fossimo ancora in qualche modo vicini all’altro, ne trattenessimo per un po’, ancora per un po’, la presenza. E come se l’altro, o il suo ricordo, fossero ancora un po’ con noi attraverso gli oggetti, gli spazi che le/gli erano usuali.  Spesso vorremmo poter lasciare tutto così com’è a testimoniare la vita dell’altro e l’idea di spostare o rimuovere quegli oggetti, di vuotare quegli spazi, ci è odiosa, insopportabile, come un affronto a chi non c’è più, e ritardiamo il farlo il più a lungo possibile. Come vorremmo che l’altro ci fosse ancora, così vorremmo non doverci separare mai da ciò che ha lasciato dietro di sé.

 “È morta da un momento all’altro. Prima c’era e poi, di colpo, non più. Il suo profumo, il suo spazzolino da denti, la spazzola, i suoi vestiti, le scarpe in ingresso … sono da mesi tutti dove li ha lasciati quel giorno: la , il termine lo usiamo per il maschile, per una donna possiamo mettere camicetta appoggiata sulla sedia, il libro che leggeva ancora aperto, gli occhiali sul comodino. Non riesco a spostare nulla, a toglierli. So che non tornerà, ma vedere le sue cose intorno a me mi fa credere per un attimo che forse la porta si può aprire, un giorno, e lei mi dirà ‘eccomi tesoro”…

 “Quando, a 15 anni, mia sorella è morta di leucemia, mia madre non ha voluto più che fosse toccata la stanza di Silvia. Tutto è rimasto come era. Ancora oggi che sono passati 20 anni, la stanza è pulita, il letto rifatto ogni settimana, ma nessuno di noi può usare quello spazio. Si può entrare per pensare a lei, per guardare e basta. Abito per conto mio ma quando vado a trovare i miei, quella sorta di mausoleo mi rappresenta dolorosamente il dolore che loro affrontano ogni giorno.“

“Sono tre anni che mio marito è morto ma i suoi vestiti sono ancora lì, nell’armadio. Ogni tanto sento il bisogno di aprire l’armadio. Mi consola toccare i suoi abiti, sentire il suo odore, dirgli due parole. C’è qualcosa di male?”

 “A meno di alcune piccole cose prese da mia figlia e mia nuora, non ho tolto nulla dalla mia casa e non lo farò mai. Avere gli oggetti di mia moglie, abiti, scarpe, monili ma anche i suoi cruciverba e riviste me la fa sentire presente. Periodicamente ricarico il suo telefonino e il suo ebook. Tutto deve stare lì….e ci sarà finché vivo”.

Per molti, quelle che prima della morte dell’altro erano semplicemente delle “cose” diventano, con la sua assenza, degli “oggetti”, delle nuove entità, cariche di senso, di relazione. E con loro, soprattutto nei primi tempi, si viene a instaurare una sorta di dialogo spirituale, un dialogo interno che rimanda alla relazione che si aveva con l’altro/a. Si possono così venire a creare, negli spazi domestici, come dei templi, dei pantheon personali, in cui gli oggetti sono lì non tanto per il loro valore o senso intrinseco quanto per il loro essere appartenuti a chi non c’è più. In quanto tali, questi oggetti ci rimandano costantemente all’altro, che manteniamo in relazione con noi anche grazie a loro.

Poi, col tempo, come con tutte le cose, anche gli oggetti dell’altro vengono lentamente assorbiti nel tessuto della nostra vita e diventano parte di una “nuova norma”: non sono più una costante sollecitazione al ricordo, allo strazio della separazione o al dialogo, ma una testimonianza spesso silenziosa ma viva di una relazione significativa.

  “Tre, quattro cose in casa mi ricordano di mia madre. un quadro sopra la televisione, un vaso per i fiori, un cuscino ricamato da lei sul divano . . A volte questi oggetti mi paiono ormai talmente parte di casa mia che non mi ricordo quasi più che li ho scelti solo perché erano suoi, per averla con me attraverso di loro”.

In genere, gli oggetti ci accompagnano per il tempo necessario ad integrare  l’irreversibilità della perdita nella nostra consapevolezza: solo a quel punto siamo pronti a lasciarli andare.

  “Sono andato, dopo moltissimo tempo, al bar dove andavo sempre con il mio amico più caro. Facevamo spesso colazione lì, lui prendeva sempre le stesse cose, due tramezzini, un caffè, sempre. Era un luogo carico di ricordi della nostra quotidianità. Il bar era lo stesso identico, ma quando sono tornato mi è sembrato estraneo, non mi apparteneva più, non era più il mio, il nostro bar. Il giorno dopo ho buttato la sua pipa. L’avevo conservata per un sacco di tempo, ben incartata e riposta: l’ho messa nel sacchetto della spazzatura senza neanche aprire il pacchetto, sono sceso e ho messo tutto nel cassonetto. Non so cosa mi è successo, l’ho fatto e basta”.

Per tre anni ho tenuto acceso il cellulare a cui mia figlia non poteva più rispondere. C’erano le sue sveglie attive e quel trillo mi teneva legata a lei. Interrompevo qualsiasi cosa stessi facendo, andavo a prendere il cellulare, spegnevo la sveglia. Mi pareva, non so, di farle un favore. Mi pareva che una cosa che apparteneva a lei ancora parlasse della sua vita. L’altro giorno ho spento il cellulare. Per sempre. Sono passati tre anni. So che non tornerà più. Ora lo so nella testa e anche nel cuore”.

È solo a quel punto che si riesce a lasciare andare e ci si sforza di dare nuova vita a quelli che possono apparire o che, a un certo punto possono diventare, come vuoti simulacri dell’altro: oggetti, beni che certamente ci ricordano chi abbiamo perso ma che comunque non ce lo restituiscono. Si fa una selezione, ci si apre al pensiero degli altri, si fanno i conti con l’assenza che comunque non può essere colmata dalle “cose”.

 “Mia moglie ci teneva moltissimo al vestire e aveva delle belle cose, di marca. Mi è costato tempo e molta fatica ma li ho dati a sua cugina e ad altre sue amiche. E, quando li vedo indosso ad altre persone, mi fa piacere. Mi pare che abbiano un’altra vita. Penso che lei sarebbe contenta di vederli usati e sarebbe anche contenta di me, che li ho potuti lasciare andare. 

Parallelamente, per altri, la continuità della presenza delle testimonianze materiali legate all’altro, sollecita sentimenti in una larga gamma di espressioni che vanno dalla insofferenza (perché lui/lei non c’è più ma le sue cose sono ancora qui? non le posso più vedere intorno a me, mi fanno troppo male) alla repulsione (non vedo l’ora di liberarmi di queste cose che non fanno altro che ricordarmi dei tempi difficili che abbiamo attraversato/ di quanto lo/a trovavo insopportabile). Svuotare subito gli spazi, disporre degli oggetti diventa allora una priorità assoluta e il modo personale di fare i conti con la perdita. E così, cambia il rapporto con quegli oggetti, quegli spazi, che vengono ripuliti, trasformati, cambiati al più presto possibile a cancellare (in realtà, a tentare di cancellare) ogni traccia della vita dell’altro o del dolore che la vita dell’altro ha portato o, semplicemente, del dolore dell’assenza.

 “Passate poche settimane dalla morte di mio marito – era stato malato per anni, in casa, in quella stanza – ho sentito che non avrei più potuto abitare in casa nostra se non avessi rimosso le tracce di quegli anni così penosi. Ho vuotato la stanza, tolto le sue cose, vuotato il suo armadio, ridipinto le mura, messo tende nuove, un letto nuovo per me. Solo così ho potuto andare avanti, con la certezza che iniziava un nuovo periodo della mia vita. Avevo bisogno che anche le mura me lo dicessero, anche le tende..”

Non c’era nessun’altro che lo potesse fare, la casa era in affito e il Comune la richiedeva. Lo zio era morto all’improvviso e non aveva altri parenti o amici stretti. Sono dovuta andare io. La casa era in uno stato di disordine e sporcizia orripilante, che mai avrei immaginato. Ho salvato qualche libro e sono uscita, quasi di corsa,. Ho chiamato una ditta di pulizie e ho fatto portare via tutto. Cerco di non ricordarmi di quello che ho visto, sposto i ricordi sulle cose buffe che diceva, sui suoi racconti”.

Le reazioni di ognuno, davanti alla perdita e, di conseguenza, davanti alla questione di cosa fare con le tracce materiali che l’altro ha lasciato, sono naturalmente molto diverse le une dalle altre e dipendono da molti fattori quali la storia e la qualità della relazione, la personalità di chi rimane, la presenza o meno di altri con i quali dover decidere, le circostanze della morte, la pressione di considerazioni di tipo pratico, etc.

Poter decidere (o non decidere) da soli, con i propri tempi, senza pressioni è probabilmente la situazione ideale, anche se forse infrequente. Più spesso ci si trova a dover prendere decisioni dettate dall’urgenza o dalla pressione che altri possono fare. Nelle nostre nuove “famiglie” allargate quanto nelle famiglie di tipo tradizionale è possibile che nascano tensioni e conflitti nel momento della decisione sul che fare con ciò che l’altro ha lasciato dietro di sé. Si desidera lo stesso oggetto o bene, o si ritiene ingiusta una certa divisione, si vuole destinare qualcosa ad una persona piuttosto che ad un’altra, ci si disputa per un oggetto che a noi pare significativo ma che ad altri può apparire indifferente. Le difficoltà sono acuite dalla vasta gamma di reazioni individuali alla perdita e dalle tensioni e relazioni pregresse. Ma, fortunatamente, non sempre è così e abbiamo ascoltato molte storie di momenti di condivisione serena, in cui il difficile compito di avere a che fare con ciò che l’altro ha lasciato intensifica e nutre la relazione tra le persone coinvolte.

 “Quando il mio compagno è morto, in un attimo, in un mattino d’estate, ho perso lui e tutte le tracce della nostra vita insieme. La sua famiglia non mi poteva vedere, non sopportavano l’idea che vivessimo insieme, indecenti omosessuali, e hanno cambiato la serratura alla porta. Sono rimasto senza nulla, non più il mio amore, e neppure un suo oggetto. Per fortuna ho tutto nel cuore ma rimpiango terribilmente quelle poche cose che avevamo scelto insieme per quella che sarebbe un giorno stata casa nostra”.

“Con mia sorella sono stati giorni di lacrime, abbracci e disperazione ma tutto è andato così bene, non una parola sbagliata, non una discussione. Abbiamo svuotato la casa di mamma e papà pensando a loro e ai nostri figli: io ho preso quello che volevo, lei pure. Il resto lo abbiamo dato, dopo aver scelto oggetto per oggetto, a parenti o amici. A ognuno un ricordo, anche se piccolo. Ci penso sempre come a una esperienza bellissima. Sembra assurdo dirlo ma era un momento pieno di amore e tenerezza”.

“La cosa più orrenda dopo la morte del mio compagno è stato assistere alle liti feroci tra i nostri figli e i figli che lui aveva dal primo matrimonio. Non sono stata capace di mediare. Sono rimasta come imbambolata davanti a tanto accanimento. Non solo ho perso lui ma ho perso anche la serenità di relazioni che mi sembravano sane ma che si sono rivelate velenose”.

“…c’erano lettere scolorite di amore antico, innocenti e tenere lettere di gioventù, le lettere della madre di mio figlio e di colei che è stata mia moglie. Ho detto a mio figlio di mettere tutto nel cassetto dei ricordi. Ci abbiamo messo anche le foto di mio padre e un borsellino di mia madre. una specie di cimitero della memoria. Non ho voluto o non ho potuto, trattenere lo sguardo su quegli oggetti. Li ho toccati con amore, e con dolore.”        I.Vilas, In tutto c’è stata bellezza, Guanda, 2018

 

Come farlo?

Idealmente questo è un compito che andrebbe fatto con calma, quando ve la sentite, con tutto il tempo necessario per prendere e meditare le decisioni. Purtroppo spesso ciò non è possibile e vi potreste trovare ad affrontare la questione con una certa urgenza. E’ allora bene farsi una lista delle priorità e delle persone che potrebbero esservi di aiuto. Se siete spinti dall’urgenza, potreste trovarvi a prendere decisioni che rimpiangerete successivamente. Un piano ben pensato è allora prioritario.

Se il compito è ingente, materialmente, potete pensare di farvi aiutare da qualcuno che vi è caro e che sia disponibile a fare per voi alcune delle scelte che volete fare ma che non riuscite a fare. Gli amici sono in genere disponibili ad aiutare ma spesso non sanno come farlo. Questa può essere una buona occasione per essere aiutati e sostenuti e coinvolgere chi vi vuole dare una mano. Alcuni invece preferiscono affrontare questo compito da soli, nell’intimità del rapporto con ciò che è rimasto.

Da quali criteri farsi guidare? Quando tenere tutto fermo, trattenere tutto, non è possibile, ci devono essere dei criteri per organizzarsi. Forse rispondere a queste domande vi può essere di guida:

  • Quanto tempo avete a disposizione e quanto tempo potete dedicare a questo compito alla settimana?
  • Quanto spazio avete a disposizione per tenere quello che sceglierete?
  • Chi vi può aiutare?
  • Ci sono cose che volete mettere da parte per altre persone che appartengono alla cerchia degli affetti di chi è morto? Cosa, quanto e per chi.
  • Ci sono cose sulle quali non avete la forza di decidere nell’immediato? Quali? Potete metterle da parte e rimandare?
  • Ci sono cose che non volete tenere ma che potrebbero essere utili ad altri, anche se non li conoscete? Siete disposti a venderle, ad esempio, e utilizzare il ricavato a beneficio di altri? Quanto potete regalare di quello che non volete tenere?
  • Ci sono cose che non potete tenere ma che vorreste tenere? Potete trovare un modo per non perderne la memoria, ad esempio fotografandole, o scegliendone degli esemplari, o riutilizzandone delle parti

 

TESTIMONIANZE

 

Da un paio di anni a questa parte ho aggiunto alla mia colazione mattutina un piccolo rito che mi sollecita la giornata: mi compro quei calendari che hanno una frase al giorno e che sfoglio con una sorta di attesa.

Stamattina la frase è “Teniamo quello che vale la pena di tenere e poi, con il fiato della gentilezza, soffiamo via il resto” di George Eliot.

Mi sono inevitabilmente chiesta come agisco io. Sono abbastanza brava, anzi del tutto brava, a non tenere, a buttare. A non trattenere cose e persone. Tuttavia mi sono chiesta come lascio andare.

E mi sono risposta, come sempre accade per me, DIPENDE. Dal contesto, dal momento della mia vita, da come sto, ecc.

L’anno scorso nell’arco di sei mesi ho dovuto svuotare due case. La prima quella che mia madre – ormai 98 – ha dovuto lasciare per andare in una (bellissima) casa di riposo, Una casa che non era già più quella della sua vita, quella l’aveva già lasciata lei alla morte di mio padre 20 anni prima. Era quella della vecchiaia, quella della poltrona, tv e quel poco che era entrato da una casa di 160 mq a una di 70. Una casa in cui io, quindi, non avevo vissuto nulla di significativo. Ho dovuto decidere da sola cosa fare di tutta la roba (anche mia sorella era morta nel frattempo). Devo dire che gli spazi che i pochi parenti avevano in giro non lasciava molta indecisione: bisognava eliminare tutto, in un modo o nell’altro.

Man mano che svuotavo, eliminavo, buttavo ho dovuto constatare che quelli che per me erano ricordi “emotivamente” faticosi come foto, scritti, dediche non c’erano. Mi sono chiesta se non ci fossero mai stati o se invece mia madre li avesse già eliminati. Ho capito che forse era la prima ipotesi. Quindi alla fine si è trattato di spartire le cose tra mercatino dell’usato, figli e nipoti e cassonetti. La fatica emotiva si è concentrata sul capire e accogliere il fatto che ricordi, narrazioni, radici della mia infanzia e adolescenza – per scelta di vita fatta dai miei genitori per motivi che prescindevano da me – non dovevano far parte del mio bagaglio di vita. Per fortuna era una riflessione e ruminazione che già da tanto tempo mi abitava. Quindi come ho lasciato andare? In fretta, senza lacrime in fondo, più tranquilla che mia madre sarebbe stata meno sola.

Altro discorso è stato lo svuotare e lasciare la casa dove con mio marito avevamo trascorso 20 anni importanti e densi dei nostri 30 anni di matrimonio. La casa dell’adultità, dei figli che diventavano sempre più grandi a autonomi, e quindi della nostra crescente libertà di viverci come coppia, la casa della malattia e della morte. L’abbiamo lasciata perché in affitto e con me in campagna e mio figlio a Trento, era d’obbligo lasciarla. Quindi lasciata perché le scelte delle nostre vite ci avevano portato da altre parti, in altri luoghi, per altre storie da costruire.

Questa casa era piena di ricordi emotivamente pesanti. Come ho lasciato andare? Senza grande fatica ciò che era “asettico”: mobili, libri, elettrodomestici, piante… Con lentezza, lacrime, immersione nei ricordi, anche quelli dimenticati. Ho deciso di non sfuggire a niente, di farlo io (di nuovo abbastanza in solitudine), di faticare e di affaticarmi. E’ stato estremamente coinvolgente. E’ coinciso con il decennale della morte di mio marito e anche questo per me è stato significativo. Ho scelto ancora una volta di mettere dentro di me tutto ciò che veramente mi lega a quella parte di vita, tutto ciò che è la relazione ancora viva e profonda tra me e Carlo.

Sì è dura lasciare, svuotare. Tuttavia se ogni giorno imparo a riempire quel vuoto con l’amore che mi pervade e mi tiene unita a lui, sarò di nuovo riempita e piena. E felice.

Monica

 

 

Quando Giorgio è morto abbiamo cambiato casa, era già in programma prima e abbiamo accelerato i tempi perché ai bei ricordi del passato si erano sovrapposte le sofferenze degli ultimi anni. Era diventata la casa del dolore.

Ho dovuto entrare nella camera di Giorgio e occuparmi delle sue cose. L’ho fatto quando ero sola, lo sentivo come un colloquio intimo tra lui e me. Entravo nell’intimità di un ragazzo di ventiquattro anni, era lui che doveva perdonarmi di questa necessità e guidarmi sul da farsi.

Ho affrontato il dolore di prendere tra le mani le sue cose, piene della sua vita e intrise del suo odore sempre fresco di doccia, cose che c’erano ancora mentre lui non c’era più.

Ho sorriso rileggendo i suoi temi dell’infanzia, ritrovando qualche compito in classe di liceo dimenticato e mai restituito all’insegnante, sfogliando i suoi libri dell’università sottolineati e commentati.

Ho sorriso e ho pianto, mi sono sdraiata sul suo letto come facevo qualche volta.

Poi ho deciso. Ho detto a Paolo e Giovanni di entrare e di prendere quello che volevano tenere in ricordo del fratello, li ho lasciati da soli a scegliere. Mio marito non se la sentiva di entrare, avrebbe voluto che lasciassi tutto così, non era d’accordo neanche su un trasloco così imminente. Ricordo di aver trasportato lui nella nuova casa con la stessa fatica con cui ho impacchettato e trasportato gli scatoloni.

Poi ho chiamato gli amici di Giorgio, a gruppetti, e ho chiesto a ciascuno di loro di cercare e prendere un ricordo di Giorgio dalla sua stanza. Mi sono stupita di quanto andassero a colpo sicuro, senza contendersi nulla e molti hanno condiviso i ricordi a cui era legato l’oggetto scelto.

Ho regalato la sua raccolta di fumetti giapponesi e di giochi di ruolo all’associazione di cui Giorgio faceva parte, ho portato in parrocchia gli indumenti rimasti. Io ho tenuto qualche pigiama, le sue felpe e le sue magliette preferite. Le indosso ancora adesso in casa, qualche volta, quando sono particolarmente giù.

Mi rincuora pensare che tante cose di Giorgio ora vivano attraverso altri. Ho regalato a una mia ex alunna che si iscriveva a medicina lo stetoscopio di Giorgio, sperando un giorno di ritrovarlo sul mio cuore.

E poi abbiamo traslocato. Il più refrattario era il mio primogenito Paolo che lavorava e viveva a Londra, tornava poco, ma non voleva che lasciassimo l’appartamento. La notte dopo il trasloco lui volle dormire ancora lì.

La vecchia casa è rimasta vuota un anno e mezzo. Pensare di venderla ci spezzava il cuore. Così alla fine abbiamo deciso di affittarla a studenti. Rientrarci per sistemarla è stato doloroso quanto lasciarla, ma avevo l’impressione di farla tornare in vita e, ospitando ragazzi, di far rifiorire i bei ricordi dei tanti anni in cui le sue stanze risuonavano di corse, risate e anche qualche discussione tra fratelli.

Lo scorso anno è morto anche Paolo, a trentanove anni, per un arresto cardiaco, nel suo ufficio di Londra.

Una morte improvvisa, inaspettata, annunciata da una telefonata in un pomeriggio dei primi di ottobre.

Siamo partiti immediatamente per Londra. Paolo aveva un carattere molto riservato, non parlava molto della sua vita londinese, quando tornava si godeva lo stare in famiglia e ritrovare i suoi amici. Io ero andata a trovarlo qualche volta, ma mio marito non aveva mai visto l’appartamento che condivideva con un altro ragazzo. Ci siamo trovati catapultati nel suo mondo londinese, abbiamo conosciuto i suoi colleghi, il suo coinquilino, abbiamo trovato anche la ragazza che aveva da poco presentato ai suoi amici e che io avevo intuito, ma non conoscevo ufficialmente. Abbiamo dovuto entrare nel suo appartamento e, con l’aiuto del coinquilino, raccogliere velocemente le sue cose che poi una ditta specializzata ci avrebbe inscatolato e spedito a casa. In quel caso non avevamo scelta e non avevamo neanche il tempo di soffermarci con calma, di dedicare un po’ di tempo, di stare in silenzio. Con il cuore gonfio di orgoglio per la figura londinese di Paolo che ci era stata restituita e che aveva seminato tanta stima e tanto affetto anche tra gli inglesi, notoriamente poco inclini al sentimentalismo, siamo rientrati, aspettando il suo rientro e quello delle sue cose. Sono arrivati undici scatoloni, depositati nel piccolo appartamento sotto di noi che era di Paolo e che lo ospitava durante i suoi rientri. Anche questa volta sono scesa da sola e, un po’ per giorno, ho aperto gli scatoloni, ho lavato e stirato tutta la biancheria, ogni passata del ferro una carezza, e depositato negli armadi gli indumenti e nella libreria, tra gli altri, i libri. Mio marito Giancarlo è sceso un paio di volte a prendere i faldoni con i materiali di lavoro e qualche libro, ma sta male solo a guardarli e sono lì ancora impilati. Giovanni non ha avuto ancora il coraggio di entrare. Forse la riservatezza del fratello, anche nei suoi confronti, lo fa sentire inopportuno. Comunque anche queste scelte so che vanno rispettate e non me la sento di insistere e di mettere fretta.

Paolo era adulto e così i suoi amici. I più vicini hanno preso qualche libro e le sue felpe preferite. Io, come al solito, ho tenuto due pigiami, che sto indossando alternandoli, due maglioni e due paia di pantaloni da tuta. A volte, quando ne indosso uno, mi sembra di far torto a Giorgio e così infilo un indumento di uno e uno dell’altro.

L’appartamento di Paolo, dopo un anno, è ancora lì, con tutte le sue cose, e io so che con il passare del tempo sarà sempre più difficile metterci mano. Giovanni ha chiesto di poter mettere giù delle cose sue che non usa e io faccio fatica a dirgli di sì, perché in cuor mio la avverto come una profanazione.

Io ho raccolto i suoi effetti personali, i suoi ricordi da ragazzo e li ho portati di sopra per guardarli ogni tanto. Qualche volta prendo un libro dalla sua libreria, che è lo specchio della profondità intellettuale che lo contraddistingueva, e mi metto a leggerlo pensando a quando lo stava leggendo lui.

Ma l’aspetto più terribile di ciò che Paolo ci ha lasciato è che noi genitori siamo diventati i suoi eredi (la legge inglese non contempla i fratelli) e quello che lui aveva risparmiato con il suo lavoro e con cui stava pensando di comprare casa a Londra è passato a noi. Noi che avevamo tre figli e abbiamo lavorato per costruire e proteggere il loro futuro, che volevamo dare, anche la nostra vita, non ricevere.

Daniela

 

 

Presi la risoluzione di mettere in vendita la nostra amata casa, subito dopo la dipartita di mio marito.

Ancora adesso, a distanza di un anno e mezzo dalla scomparsa del mio amato, non riesco ad identificare esattamente l’impulso, che scattò in modo a tal punto repentino da spingermi alla follia di un trasloco durante la fase più critica del mio lutto.

Probabilmente, fu l’idea di non poter più vivere, da sola, nell’habitat domestico che avevamo costruito e rifinito insieme, sin nel più insignificante dei dettagli, e con tanta affettuosità e gioia di condividere.

Non vi era un singolo spillo, nella nostra casa, il cui acquisto e la cui collocazione non fossero stati disposti di comune accordo con lui, in quell’amorosa ottica di massima condivisione che improntava il nostro rapporto di coppia.

Quello stesso spazio era divenuto, senza di lui, semplicemente invivibile. La casa, dimezzata, non aveva più senso e motivo di esistere, e doveva naturalmente scomparire, proprio come era morto lui, e come era estinta la parte più importante di me stessa.

Mi ritrovai così a traslocare dopo soli cinque mesi dalla tragedia, e il trasferimento fu emotivamente devastante.

Quando si trasloca, la casa ributta fuori tutti i ricordi accumulati in una vita. Ti passano davanti oggetti obliati, vecchie foto, attrezzi sconosciuti, che non sai nemmeno quando e perché avevi acquistato. Nel mio caso, poi, la cernita fu particolarmente impegnativa, perché mio marito era un accumulatore seriale, e l’abitazione era grande, e piena di cantine e garage, e si prestava, dunque, all’accumulo.

Il giorno del trasloco, i ragazzi che si occupavano di preparare i pacchi, mi guardavano con aria sconsolata, perché me ne stavo in un angolo, seduta a piangere, mentre li osservavo incartare i pezzi della nostra vita in frantumi.

E’ doloroso come uno strappo alle viscere. Il trasloco, se così repentino, viene a sanzionare la morte, a sancire la fine di un’era della nostra esistenza. Segna il distacco dal fantasma dell’altro. Perché l’altro, il dipartito, è un fantasma, finché abita nelle stanze ove dimorava prima. Ma il trasloco ci consente di abbandonarne la presenza-assenza, di incorporarlo dentro di noi, trasferendolo nella nuova casa, ed interrompendo il ciclo mefitico che ce lo mostra come un qualcosa di dolorosamente alieno da noi.

Dopo il trasferimento, il suo ricordo venne definitivamente assorbito dalla mia anima, e poté essere finalmente vissuto con una ritrovata, anche se dolentissima, serenità.

In alcuni angoli della nuova abitazione, ricreai l’atmosfera che si respirava nell’ambiente che avevo lasciato. Il tavolino di fronte al divano era quello stesso su cui mio marito amava poggiare i piedi la sera, quando guardava la tv. E così potevo ancora vederlo lì, come se avesse traslocato con me, ma la sua visione, nell’ambiente rinnovato, non mi appariva più così penosa come lo era nella “nostra” casa. Era divenuta, in un modo che non so assolutamente spiegare, più dolce ed accettabile.

Un amico comune, che venne a trovarmi subito dopo il trasloco, disse: “è come se questa casa l’aveste messa su insieme, tanto si sente la mano di entrambi, nell’arredarla”.

La nuova casa era più piccola, e dovetti gettare via molti oggetti e qualche mobile. Una scelta dolorosissima, ma necessaria, che mi consentì, nel tempo, di acquistare persino delle rinnovate suppellettili. Tutto ciò che è stato ammodernato è un simbolo della nuova me stessa, e funge quasi da pietra miliare, nella lunga strada dell’accettazione del mio lutto.

Non so dire se sia stato un bene o un male. Certo è che nella nuova casa, ho ritrovato la capacità di dormire.

Silvia

 

Mia zia è morta pochi mesi dopo il marito, erano senza figli, eredi eravamo quattro nipoti. Siamo entrati insieme nella casa, curata, con una certa idea di eleganza, un arredo che abbiamo però avuto avuto difficoltà a vendere perchè fuori moda. Aprivamo cassetti, armadi e mi sembrava di violare le loro vite, come se fossimo dei ladri. In cucina nello scolapasta c’erano pronte le tazze per la colazione, le pentole di uso quotidiano, i pacchi di pasta iniziati, tre lattine d’olio comprate pensando al fabbisogno dell’intero anno, progetti del futuro che non aveva più l’avvenire. Tutto era in ordine come pronto per riprendere la quotidianità, una penna biro nel cassetto della cucina con un blocchetto, un quaderno dove con una grafia di altri tempi la zia aveva trascritto delle ricette. Dovevamo smantellare quel loro mondo ed era più pesante del funerale, era ratificare la loro morte. Eravamo tutti in imbarazzo e chi più e chi meno cercavamo di dissimulare. Sono passati degli anni e ripensando a quel momento mi dispiace di non essere stato capace di esprimere quelle sensazioni, avrei potuto proporre un momento di silenzio e avrebbe fatto bene a tutti noi. 

Alberto 

 

I  vestiti li ho tolti subito dopo la sua morte, sono andati via con lui, più lento è stato togliere libri, all’inizio non volevo togliere nulla, poi ho cominciato a guardarli e a rendermi conto che erano legati alla nostra vita, al nostro impegno e che non erano più interessanti, ormai: saggi di politica, di sociologia. Erano il “passato”. Non mi ricordo più le sensazioni che ho avuto quando ho buttato i libri. Ci devo proprio pensare. Ho conservato solo il suo cappotto preferito nel mio armadio e da parecchio tempo apro l’armadio e non lo noto più.

Lorenza