Algini ferite lutto bambini

Il silenzio che – in ambito sociale e collettivo – avvolge il tema della morte e del lutto è presente anche all’interno delle famiglie, in particolare nei confronti dei bambini che perdono un genitore. Per proteggerli gli adulti tendono in genere a tacere, mascherare o nascondere la verità, temendo di provocare ulteriori sofferenze o di non saper gestire le loro reazioni e di commettere degli errori ma anche perchè temono di cedere all’impatto emotivo che la perdita provoca in loro stessi o perchè respingono fuori della memoria il trauma del lutto.

Il silenzio degli adulti comporta di conseguenza il silenzio e la solitudine dei bambini, che tacciono non solo perchè non hanno le parole per descrivere le loro profonde esperienze emozionali, ma anche perchè obbediscono alla regola familiare del silenzio o addirittura della negazione e del congelamento delle emozioni dolorose, come nella maggioranza dei casi clinici descritti nel libro di Maria Luisa Algini. Ma il silenzio sul lutto dei bb. è presente anche in ambito scientifico e letterario.

Il testo dell’Algini, uno dei rari libri italiani dedicati a questo tema, ci fa entrare nei territori “oscuri” della perdita precoce di un genitore e ci conduce nel cuore della vita psichica del bambino là dove “risorse e spinte a crescere confluiscono, si alimentano e si confrontano con l’imparare a vivere il negativo della vita”. Il libro, come dice l’autrice stessa “non è un manuale psicodiagnostico nè un libro teorico,” anche se spesso in poche righe sono sintetizzati aspetti teorici importanti e riflessioni su alcuni punti e nodi cruciali del pensiero psicanalitico (come ad esempio: il gioco delle identificazioni con il genitore scomparso e con quello rimasto, il legame tra corpo e psiche, la trasmissione intergenerazionale della sofferenza di un lutto non elaborato, ed altro ancora).

Malgrado la gravità del tema, il libro ha un andamento per così dire lieve, essendo intessuto di metafore, immagini ed espressioni poetiche e va meditato pagina per pagina, così come è stato il lavoro di scrittura dell’autrice: “L’esperienza delle parole è bruciante nello scrivere del lutto infantile, le parole urgono, c’è la necessità di dire e il sentimento dell’inutilità del dire per l’oscurità della materia, per l’opacità del dolore infantile, che quanto è più intenso tanto più resta un segreto che i bambini nascondono e cercano di mettere da parte perchè non lo reggono a lungo e cercano possibili vie di sopravvivenza per poter crescere e attingere risorse dove e come possono, salvo poi farlo debordare” attraverso malesseri, sintomi psicosomatici e comportamenti preoccupanti, da considerarsi equivalenti del lutto.

A lato di queste prime considerazioni, l’autrice sottolinea che nei bambini “Il lavoro del lutto è una complessa operazione interna essenzialmente inconscia che, come il lavoro del sogno, cerca di dar forma, limite, contenimento, trasformazione a un’esperienza tanto profonda quanto inconoscibile” e che “In mille modi e nelle sfumature più sottili del quotidiano il bambino deve affrontare la realtà di una vita diversa senza la persona cara, sentire il dolore dell’assenza e nello stesso tempo avvertirne interiormente la presenza”.

L’analista cerca di “entrare in sintonia con quel dolore e con quel modo di vivere il dolore sulle tracce, enigmatiche ma significative”, che il bambino rivela nel suo procedere facendolo sentire meno solo, meno spaventato e in pericolo. L’autrice, pur sottolineando il suo timore di poter essere intrusiva, di provocare altro dolore e di non saper trovare le parole giuste al momento giusto, sostiene che “Non si può stare in silenzio, che bisogna procedere piano piano, dire ciò che il bambino è pronto a sentire o rischiare offrendo contemporaneamente il sostegno della condivisione del dolore” – quello che in genere il bambino non riceve – perchè “solo così possono divenire esprimibili e pensabili le ferite e possono emergere le risorse per continuare a vivere e crescere e a trasformarle”. L’Algini si sente “compagna di solitudine” dei piccoli pazienti e, di fronte ad ogni bambino che segue, si domanda “quale storia potremo vivere insieme”, perchè “quel bambino non è solo lei o lui è anche uno specchio di noi stessi” che lo seguiamo in terapia. Leggendo il libro si avverte la profonda condivisione del dolore presente nel campo ed è questo il lavoro del lutto che terapeuta e bambino affrontano insieme nella loro relazione.

Di solito i bambini anche in terapia si difendono come possono, non parlano del familiare scomparso o della propria esperienza dolorosa, ma la traspongono nei loro giochi, nei loro movimenti, nelle storie e disegni apparentemente non collegati alla perdita, ma che rispondono alle loro istanze interiori.

“L’area del gioco diventa un’area transizionale condivisa che permette di riconoscere e nominre le emozioni e ricostruire storie, pensieri che, seppur dolorosi, acquistano gradualmente consistenza e capacità riflessiva”.

Nei casi clinici descritti, seguiti in prima persona o in supervisione dall’autrice, sono messi in evidenza gli aspetti che orientano il percorso del lutto: casi in cui le difficoltà e le ferite sono evidenti e da cui emerge con chiarezza che questi bb. non hanno potuto condividere sofferenze, affetti, ricordi e neanche ricevere cure, ascolto ed accompagnamento appropriati.

La maggioranza delle storie cliniche sono narrate in prima persona, come se fosse il bambino stesso a descrivere lo svolgimento della terapia. Questa finzione narrativa consente di non soffermarsi su spiegazioni teoriche ma sulla relazione che “non è una relazione lineare ma procede per aperture e difese, affidamenti e ritiri, stasi e avanzamenti regressioni e punti ciechi e scoperte inaspettate ed il cui fine è quello di riuscire ad usare la relazione in senso transformativo.”

Ci sono storie emblematiche che ci fanno comprendere quanto sia gravosa la solitudine dei bambini e quanto forti e violente siano le loro reazioni rabbiose e aggressive nei casi in cui il genitore superstite continui a vivere come se nulla fosse accaduto, negando il dolore della perdita subita e congelando le proprie emozioni.

Questa dinamica è evidente nel difficile caso di Jonker, un bamnino di 9 anni “arrabbiato con la vita” e in quello di Kirikù, di quasi 4 anni. Ambedue soffrono per l’assetto psichico delle loro madri che respingono fuori della memoria il trauma della perdita, ma a Kirikù si aggiunge la difficoltà che non aver mai conosciuto il padre, morto in un incendio poco prima della sua nascita, nè aver mai potuto sapere chi fosse e perchè non ci fosse. La madre infatti evitava di rispondere alle sue domande, lasciandolo in un vuoto angoscioso e disorientante. La rivelazione del segreto della assenza e morte del padre sarebbe stata fondamentale per la strutturazione e il funzionamento della mente del bambino. “Conoscere il nome e l’esistenza di un padre è appropriarsi di una filiazione, un punto originario su cui basare la propria esistenza“.

Altri casi rivelano invece le modalità di difesa adottate da alcune bambine: Marta, di 8 anni, che fa “finta” di non provare sofferenza per la morte della madre, e di Viola di 9 anni che, come antidoto al dolore e alla solitudine, instaura un legame vincolante e illusorio con il padre cercando di essere un tutt’uno con lui, ad esempio sostituendosi alla madre nel letto matrimoniale.

Ma come dice l’autrice “Il dolore non è un’idea, è un vissuto, uno stato affettivo che se deborda sconvolge l’equilibrio interno con la comparsa di disturbi psicosomatici, rabbie esplosive o apatia, blocco o sviluppo delle funzioni intellettive ma prive di funzioni affettive e relazionali oppure paralisi malinconiche”.

I bambini non possono padroneggiare da soli il carico emotivo della perdita di un genitore senza l’accompagnamento di un adulto, di cui si possono fidare, perchè ciò che fa male non sono le emozioni ma la non condivisione e ancor più la soppressione e la negazione delle emozioni. La morte non spaventa i bb. quando ne possono fare esperienza affettiva.

Il caso di Zeta, una bambina di 10 anni, mette in particolare evidenza le conseguenze somatiche del lutto, quando “la psiche cede il dolore al corpo che esprime, urla il proprio dolore, mettendoci sulle tracce delle trasformazioni enigmatiche che l’eccesso di dolore subisce prima di essre convogliato nei sintomi psicosomatici ed essere in questo modo raccolto dagli adulti.”

Alla fine del libro l’autrice ribadisce che il lutto dei bambini è un’esperienza profonda e inconoscibile, che colpisce la loro identità: E’ in quel centro di sé che avviene un sisma potente, che si alterano equilibri collaudati e tutto viene messo alla prova” provocando delle “crisi che segnano il futuro ma spingono verso il futuro”, come vediamo nell’immagine della copertina del libro, dove un albero ferito continua a vivere e a crescere partendo da un lavoro cicatriziale intorno alla ferita.

Per far luce sul lavoro del lutto dei bambini e sui numerosi interrogativi che comporta la relazione terapeutica l’Algini propone di continuare a riflettere nella speranza che si aprano “altre intuizioni e altri viaggi di pensiero e altro ancora.”

A completare il volume la narrazione di una interessante esperienza condotta dalla psicopedagogista Daniela Cavola con allievi e insegnanti che si confrontano con il lutto presso il centro d’ascolto di un liceo romano.

(recensione a cura di Livia Crozzoli)