Sull’importanza di condividere, sul poter trovare voci in sintonia con la propria, sulla forza di un gruppo di auto mutuo aiuto, sullo sconquasso che un suicidio porta nella vita di chi resta e sul desiderio di vivere, non solo di sopravvivere: una testimonianza preziosissima di Lara, che è stata facilitatrice di un gruppo di “survivors”, familiari di persone che hanno attraversato il suicidio di un caro.

Sono le 4:20 del mattino e, dopo l’ennesimo sogno, ho deciso di provare a scrivere riguardo la mia, seppur breve, esperienza nei gruppi di auto mutuo aiuto.

Mia madre si è suicidata. Devo scriverlo subito nelle prime righe, come se ne avessi l’urgenza. Potrebbe sembrare un’ingiusta doccia fredda a chi legge, ma per me è la spinta necessaria che mi da la forza di scrivere. Non so perché quando M. mi ha chiesto di mettere su carta la mia esperienza nel gruppo, io abbia pensato all’istante perché mi chiedesse qualcosa di così difficile. E’ diverso dal condividere sentimenti e pensieri parlando. Lì, il dolore esce per istanti definiti, per poi essere ricollocato nel profondo dove era custodito. Scrivere comporta un saperlo maneggiare più simile ad un artificiere con una mina. Devi proprio sapere cosa fare e farlo con molta cura se non vuoi esplodere con il dolore stesso.

Naturalmente, il mio senso del dovere quel giorno davanti al caffè e allo sguardo buono di M., non ha saputo dire tutto questo. “Perché mi chiedi di scrivere ciò che ti racconto, io non ce la faccio!”. Lei mi avrebbe capita e supportata e io forse mi sarei sentita più libera. Ma non mi sentivo allora così tanto artificiere. E non ho scritto. Anzi, per la verità ho scritto, ma senza parlare poi troppo di me. Cercando di condividere ciò che avevo vissuto nel gruppo con gli altri che avevo incontrato, tralasciando me. Ho anche escogitato, non razionalmente, una buona scusa: “beh, essendo il facilitatore volevo dare spazio a ciò che era stata l’esperienza globale senza permearla troppo di ciò che è la mia esperienza”.

Se guardo indietro mi faccio un po’ tenerezza. Finalmente aggiungerei. In questi mesi dalla fatidica richiesta di scrivere, mi sono accusata di continuo per non avercela fatta. Ora finalmente mi rivolgo uno sguardo magnanimo e penso “ci sono voluti mesi e una pandemia che ti ha costretto a guardare più dentro di te che intorno a te.” Ma comunque riesco a scrivere di getto, quando fuori ancora il sole non è sorto, spinta da un sogno dove compariva la mia bellissima mamma che mi aspettava a casa mentre io andavo e venivo dalle mie corse sotto la pioggia e a orari impossibili.

Mia madre è morta suicida poco tempo fa. Questa è la risposta che vi darei se me lo chiedeste. Questo è come lo sento. Ma seguendo gli anni del tempo e non del sentimento, sono trascorsi undici anni. Il custode delle date è mio marito, lui si ricorda gli eventi con un ordine corretto, lui può. Io di quel periodo ho tanta confusione e mi sembra che lo spazio tempo abbia un’altra dimensione. Soprattutto dopo che sogno mia madre, nelle viscere mi sembra che esista il passato, contrassegnato unicamente da quell’evento, e il presente.

Mia madre ha sempre sofferto e lottato con tutti gli strumenti che aveva contro la depressione. Una di quelle forme che sfidano coloro che guardano a capire, una di quelle in cui si va su e poi sprofonda giù. Che ti confonde ogni giorno, con cui ti chiedi chissà come starà oggi, in cui capisci che nessuno dei due andamenti significherà mai equilibrio. Era una donna splendida, solare, casinista, dolce, innamorata di mio padre alla follia e di me a cui diceva sempre “tu potrai fare ciò che vorrai nella vita”, guardandomi con gli occhi dell’amore. Al tempo però ero troppo impegnata ad odiarla per il suo su e giù continuo, vivevo con la paura che arrivasse quella mattina e non si alzasse più dal letto o che spendesse tutti i nostri soldi per comprare regali a chissà chi all’insaputa di mio padre ma chiedendo la mia complicità.

Mi affligge pensare che odiavo mia madre. Oggi, dopo tanto lavoro su me stessa, posso dire di averla amata alla follia, che avrei voluto poter avere gli strumenti per affrontare la sua depressione in maniera adulta e consapevole. E che forse l’unica cosa che davvero odio è quella malattia maledetta che lei non è riuscita a sconfiggere.

Mia mamma si chiamava Maria Luisa, ed è nata e morta a settembre. Per la precisione, è nata il 20 settembre ed è morta il 21. Questo lo ricordo. La contrapposizione fra nascita e morte non so perché ma mi ha devastato anch’essa. Avrei voluto più spazio tra le due, un intervallo che mi consentisse di gioire della sua nascita senza ricordamene anche la morte. Settembre è il mio non mese. Io vivo, lavoro, faccio cose, ma in verità è il mio mese del dolore. Piango spesso, mi concedo di più momenti in cui apro lo scrigno in cui ho custodito il mio sentimento di sofferenza, lo maneggio con cura e poi cerco faticosamente di trovargli di nuovo un posto nello scrigno. Metaforicamente, da qualche parte, ho sempre bisogno di pensare che io possa chiuderlo. L’idea che invada tutto e mi trascini con se è sempre viva, nonostante il famoso tempo, quello che per alcuni cura i mali.

Un settembre del mio spazio tempo confuso, volevo fare qualcosa di diverso. Sentivo una spinta nelle viscere profonda. Che nasceva da una domanda che mi frullava nella testa: “esiste qualcuno la fuori che oltre me sente queste cose?”. Volevo trovarlo. Volevo aprire lo scrigno di fronte a persone che avrebbero avuto la stessa cura nel maneggiare quello stesso dolore. L’ho condiviso con le ragazze del mio gruppo di psicoanalisi. Loro rimasero all’inizio interdette, dopotutto mi avevano sempre accolta, sostenuta, supportata anche quando ero vicina al baratro (scelsi di frequentare il gruppo di psicoanalisi subito dopo la morte di mamma, proprio perché sentivo di non potercela fare da sola). Ma capirono che avevo bisogno di condividere quell’esperienza con chi aveva vissuto cose simili, di parlarne in uno spazio dedicato.

Perché, parliamoci chiaro, quando socialmente è il momento di condividere un dolore così? A chi lo racconti nel profondo come vorresti? Descrivendolo nei dettagli, nei retro pensieri più bui, in quello che ti ha lasciato? Non esiste uno spazio così, va creato. Ma, a mio avviso, non esiste non perché le persone accanto a me, a noi, siano cattive o insensibili. Ma perché quel dolore è come uno tsunami, l’altro può esserne travolto e non sapere cosa fare. Persino io, rispetto a persone che hanno subito forti dolori, a volte non so che dire . . . insomma, non giudico l’altro che non riesce. Ritengo invece, e questa convinzione è ancor più forte dopo la mia esperienza al gruppo di auto mutuo aiuto, che servano nuovi spazi di condivisione per tematiche così delicate e insite di sentimenti contrastanti.

Così scoprii Gruppo Eventi, conobbi M. e V. Fu uno degli incontri più belli e delicati della mia vita. Mi ricordo al sensazione di affetto e calore che mi avvolse. Mi fece piacere e mi cullò per giorni e mi diede la spinta per continuare. Chiesi loro se esisteva un gruppo per noi survivors. Ci chiamano così. Lo trovo abbastanza eroico, come termine, che quasi mi piace. Ovvero “coloro che sopravvivono al suicida”. Chi resta. L’ho trovato spulciando articoli scientifici sul nostro conto. Pare che non ci abbiano studiato abbastanza, e che non è che la scienza sappia bene cosa fare con “quelli come noi”. Vengo dalla biologia, e mi scuso se a volte il mondo della letteratura scientifica manca completamente di empatia. Ora, survivors non so se mi piace più come prima. Ne colgo l’immediatezza, ma manca di qualcosa. Io non voglio solo sopravvivere all’evento, io poi voglio vivere dopo l’evento.

Con M. e V. decidemmo di formare un gruppo riguardante il lutto, dedicato a chi aveva perso un caro per suicidio. Sono stata fortunata perché ho conosciuto persone meravigliose in questo modo. Sarà che forse quando condividi qualcosa di te così profondo, ti conosci veramente? Senti una vicinanza vera, reale, profonda?

Mi ricordo tutti, tutte le loro parole, i loro visi, la loro sofferenza. E, da biologa, posso dire che la variabilità dei vissuti emotivi è prossima all’infinito.

C’è il dolore per un genitore. Con esso, la rabbia. Che è intrisa di dolore. Ho sentito racconti di chi aveva perso un genitore molto amato e semplicemente aveva desiderio di trovare uno spazio per parlarne, per rivivere verbalmente l’accaduto. Quel famoso spazio che fuori dal gruppo sembra così difficile da creare. E non importa se di anni ne sono passati 1 o 10. Lo spazio tempo alterato sembra una sensazione comune. Anche se la scienza ci dice che il dolore per la perdita ha diverse fasi ben distinte, negazione, rabbia e non ricordo che altro sino ad accettazione, il percorso non è così lineare e a volte mi sembra più simile ad una strada contorta fatta di curve dove ogni tanto ti ritrovi davanti a qualche sentimento già vissuto. Mi è capitato tante volte di chiedermi se qualcuno degli autori di questi testi abbia mai vissuto un lutto, se per loro la via sia stata lineare. Per me no. Chi ha perso un genitore da cui non si sentiva amato, soffre parimenti. Sembra che l’odio provato per quel genitore crudele in vita si trascini anche nella sua morte, anzi che quella morte violenta da lui/lei scelta lo alimenti maggiormente. L’odio è un sentimento legante fortissimo… e mi ha fatto capire che io avrei dovuto risolvere dentro di me tante cose con mio padre prima che morisse, per evitare di passare anni o forse una vita odiandolo anche dopo la sua morte. Mi colpì tantissimo come il suicidio interrompa un processo in essere. Che sia una relazione di amore, odio, contrasto o altre mille forme. Sbam. E’ come una porta in faccia mentre stai cercando di dire qualcosa e non puoi tornare indietro. Non c’è modo di recuperare o cambiare le sorti della storia, mai più. E questo lascia un legame indelebile con l’altro.

Ma, chi ha perso un genitore ce la fa. Trova un modo per fare ben più che sopravvivere, vive. Ha figli. Ha l’arte. Ha un mondo suo dopo la tragedia. Perché un genitore può morire. Io credo che si possa accettare nel profondo.

Un figlio no. Il gesto suicida di un figlio è qualcosa che genera un senso di colpa (sempre presente in ognuno di noi cari del suicida, che ci domandiamo di continuo se avessimo detto o fatto diversamente) inenarrabile. Quando sentivo parlare chi aveva perso un figlio, pensavo che se io perdessi così la mia bambina forse impazzirei. I loro occhi erano sempre in lacrime. Avevo la sensazione nella pancia che loro volessero parlare del loro dolore e che in quello spazio, a differenza di me che volevo circoscriverlo, loro ci volessero vivere per sempre. Dopotutto, quel dolore era come un evocazione del figlio che non c’era più, era il sentimento rimasto. Non c’era nessun desiderio in loro di andare oltre ciò. O, come direbbe lo scienziato, di cambiare fase. Io li capisco intensamente. Anche io vorrei rimanere lì per sempre, dove posso ancora cullare la mia bambina, vederla, sentirla. Non vorrei mai che il dolore si spegnesse, la vorrei tenere viva in me fino al mio ultimo giorno. Soffrivo tanto per loro. A volte, riuscivamo a condividere ricordi belli dei nostri cari, piccoli gesti che amavamo, le loro caratteristiche peculiari. Non tutti ce la facevano. Il dolore era il sentimento più sicuro e più certo dove trovare e riunirsi con il proprio bambino.

Ho incontrato persone che hanno perso fratelli o sorelle. E ho riflettuto molto sulle modalità che una persona adotta per togliersi la vita. Perché anche quelle fanno la differenza. Perché, secondo me, e forse non si può dire, ci si può suicidare scegliendo di inviare un messaggio di odio. Rancoroso. Mirato a generare una reazione di sofferenza, ancor più forte di quella che già si creerebbe. E fare i conti con questo tipo di dolori, con l’invio di certi messaggi non è semplice. Per chi li riceve, è un mettere in discussione l’esistenza, ritenere di essere persone da buttare via, orrende. Immeritevoli di felicità. E in questo caso, la “scelta” di vivere nel dolore è quasi una auto-punizione. Una cella in cui ci si mette per spiare la colpa di aver portato l’altro alla morte.

Mi ci sono sentita tante volte anche io. La Causa. Io figlia casinista, avventuriera. Basta direi. Quando hai un genitore problematico non ti puoi permettere di essere un figlio problematico. Non ne ho combinate poi tante. Però, non posso essere stata solo io a causare tutto ciò. Forse Dio può con un solo dito fare il bello e cattivo tempo per una persona, ma non certo io. Mia madre ha avuto una vita allucinante coi suoi genitori, un’infanzia turbolenta, una vita adulta fatta di scelte difficili. Ho ricostruito la sua vita in questi anni in cui non c’è più. Volevo capirla, conoscerla meglio. E’ stato un processo fondamentale. E in cuor mio speravo che ognuna delle persone che incontravo avesse la possibilità di farlo. Perché, come ho sempre detto, mia madre ha lottato con i pochi strumenti che aveva ma a me, inconsciamente e consciamente, ne ha dati altri per lottare.

Quando mi dico questo mi sento forte. L’importante è non leggere la letteratura su di noi che sottolinea come siamo più propensi a commettere a nostra volta il suicidio. Ecco, questa cosa invece mi fa arrabbiare. Mi verrebbe da dire: scienziato, non avete pensato a una psicoterapia, o qualsivoglia termine vogliate usare per supportare emotivamente i famosi survivors e te credo che siamo più esposti al suicidio! Fa parte della nostra esperienza di vita.

Noi siamo più esposti al dolore travolgente. Dobbiamo unirci e trovare spazi di condivisione per far poter maneggiare il dolore e poter far si di vivere, non sopravvivere, con esso. Una perdita comporta sempre una ristrutturazione. Al diavolo lo scienziato, lo so di essere più esposta. Lo tengo a mente, grazie. E tengo bene a mente anche quanto per me sia importante poter parlare e sentire il mio dolore, sognarlo, piangerci sopra ancora e ancora senza vergogna. Quanto per me sia importante trovare uno spazio per poterlo condividere, dove chi ho di fronte lo comprende e lo sente con me. Ho sentito il calore di tutte le persone che ho incontrato, nessuno escluso. E’ stata una benedizione, mi ha fatto sentire accolta, che quello che provavo non era un mostro, che potevo toccarlo, sentirlo senza morire io stessa.

Voglio pensare che non serva morire per far sì che io mi liberi dei miei dolori. Anche perché io non me ne voglio liberare. In quel dolore c’è mia madre e io voglio che resti con me. Nelle mie risate c’è mia madre. Quando gioco con mia figlia c’è mia madre. Quando mi compro una cosa inutile c’è sicuramente mia madre! Se io morissi, dopotutto, la perderei di nuovo.

Oggi, dopo oltre dieci anni, il sentimento che credo io abbia lasciato indietro è il senso di colpa. E’ una morsa che attanaglia tutti noi, che ho visto ribollire in mogli e mariti che hanno perso i loro coniugi più che mai. Quella voce perpetua in testa che ti sussurra “avresti potuto accorgertene, aiutare, fare qualcosa in tempo”. Quella voce trasforma la vita in una lenta tortura…una cella senza chiave dove almeno una volta al giorno fa visita un boia. La sofferenza è profonda, e mina anche l’identità di chi la prova. Ma ho sempre avuto l’impressione che donne e uomini reagiscano diversamente. Sull’uomo grava il peso culturale di dover esser il maschio di casa e in un certo senso avere le redini, anche esistenziali, dei membri del focolare. Le donne, angeli del focolare, hanno la spinta di rimanere per i figli, i nipoti. Perché è loro dovere prendersi cura, non si possono abbandonare completamente al dolore. Questi stereotipi rendono difficoltoso guardarsi dentro e sentire in libertà, senza pensare a essere quello che culturalmente dobbiamo essere. Io da questo ne sono afflitta spesso: sii scattante, energica, sorridente, positiva. Per fortuna che con le ragazze del gruppo abbiamo creato una sorellanza vera e propria, che ho un marito che gli stereotipi non sa neppure cosa siano, che ho tanti cani intorno a me che sono come si sentono in trasparenza. E amici che sanno di me come sono, dentro, nel profondo. Posso concedermi di essere come sono. Di incepparmi. Di essere depressa. Ansiosa. Di non farcela. Ci deve essere un luogo, da qualche parte, dove ognuno di noi può sentirsi libero di esprimersi. Sarà banale, ma secondo me il dolore così non uccide, trova delle strade per uscire, come una pentola a pressione che sfiata, non si accumula dentro trascinandosi in un vortice senza ritorno.

Nel gruppo è emerso spesso, oltre agli stereotipi culturali, il giudizio degli altri. Che in genere è feroce, sterile, non comprensivo, rifiutante, non empatico. L’altro non capisce. Ma ogni volta, mi sono chiesta perché vogliamo essere capiti dall’altro? Cioè, cosa dovrebbe fare l’altro per noi? L’altro, poverino, non è mai come noi lo desideriamo e non lo sarà mai. Me lo immagino molto più simile a noi: impacciato, che non sa bene che fare, se chiamare, se non chiamare, se abbracciarci, se invece parlare d’altro che magari ci distrae (convinto che possa funzionare, ogni tanto . . . ma chi di noi non l’ha mai pensato?), se portarci a cena fuori, se ricomparire dopo un po’ perché magari questo dolore noi lo vogliamo affrontare da soli. Nel tempo, visti i miei fallimentari tentativi di aspettarmi dall’altro cose, ho imparato a chiedere ciò di cui ho bisogno al momento. Quando mi riesce, devo dire che è una strada positiva, anche perché il povero altro non è nella mia testa e non sa quello che voglio al momento. Sorrido, perché poco fa è venuto mio marito chiedendosi dove fossi finita, mi ha subito chiesto se avessi sognato qualcosa su mamma e credo volesse abbracciarmi (in genere con me funziona un buon 70% delle volte) ma io gli ho intimato di tornarsene a dormire e che volevo stare da sola. Ecco, questo secondo me è come si sente l’altro con noi. Di base, non sa che fare. Ah, e non parlo dell’altro quello giudicante gratuito, il passante o il vicino che anela racconti per nutrire la sua cesta di fatti degli altri senza alcun sentimento. In quei casi ricordo molto bene la risposta che diede un anziano partecipante, rivolto alla moglie che raccontava la difficoltà di dire al vicinato del figlio morto suicida. Dopo essere stato in silenzio quasi tutto l’incontro, lasciando che la moglie parlasse, disse più o meno così: “tu non devi rispondere a questi, te ne devi fregare. Non meritano nulla di nostro figlio, neanche una briciola di ciò che era. Passi oltre”.

Il sole sta per sorgere. Non volevo alzarmi a scrivere, ma ce l’ho fatta. Ho messo nero su bianco i miei pensieri. Ho scoperto un altro piccolo spazio in cui posso sentirmi, non è stato semplice, ma una nuova scoperta che mi fa sentire bene.