Affrontare un suicidio

La perdita di una persona amata, quale che sia stata la causa della morte, provoca sempre un indicibile sofferenza ed apre un percorso che è doloroso sia fisicamente che emotivamente. Ogni morte lascia un vuoto incolmabile: ci si sente come amputati di una presenza unica che non potrà più essere rimpiazzata.
Le emozioni di chi sperimenta il suicidio di un familiare sono simili a quelle che attraversano anche le persone che subiscono perdite diverse, ma lo stato di shock e di isolamento sociale, le sensazioni di colpa e di abbandono sono ancora più forti e durano più a lungo. Al dolore e alla sofferenza si aggiungono un continuo interrogarsi e un arrovellarsi sui mille possibili “perché?“. Il fatto che, in qualche modo, la morte sia l’effetto di una scelta, provoca una serie di domande che una morte per malattia o incidente non suscita. Per molti, inoltre, si aggiunge la tormentosa sensazione di essere stati abbandonati e rifiutati.
I familiari superstiti di un suicidio si ritrovano spesso ad affrontare non solo tutte le reazioni tipiche che seguono la morte di una persona cara, ma anche una serie di problematiche specifiche.

Una delle manifestazioni più comuni è il ricorrere delle immagini della scena della morte, anche quando non la si è vista. Vedere il corpo della persona morta è un trauma durissimo, particolarmente se siete stati voi a trovarla e ancor più nei casi di morte violenta.

È normale avere incubi frequenti e sentirsi perseguitati dalla scena della morte.

Parlare di quello che è successo e tornare a ripercorrerne nel racconto i dettagli, può, in alcuni casi, alleviare la pena acuta che queste immagini inducono.

Se però queste immagini si presentano in modo talmente ossessivo da interferire troppo con la vostra vita quotidiana, è bene parlarne al medico di fiducia.

Non ce la faccio più a sopportare, ogni volta ho negli occhi e nella mente l’immagine di mio padre su quel maledetto divano, con tutto quel sangue e quel foro sulla parete… So di essere duro ma devo parlarne a con qualcuno… Non riesco a togliermi quell’immagine dalla mente… Ricordo solo quello e non riesco proprio a ricordare i momenti belli passati insieme… Credo di non farcela, ho iniziato anche a sfogare la mia tensione in famiglia e non va bene…
Andrea

Quello che mi colpisce nella maggior parte dei suicidi è la violenza che mettono nel porre fine alla loro vita. anche mio marito si tirò un colpo di fucile in bocca. fortunatamente per me ed i miei figli lo fece lontano da casa in macchina. lo trovò un suo carissimo amico. nessuno poté dargli l’ultimo saluto perché dovettero fasciare il suo capo spappolato. questi ricordi sono orribili e non se ne parla mai con nessuno.
Letizia

Ogni morte suscita in chi rimane molte domande e tanti “perché”. Ma una morte per suicidio inevitabilmente porta a una ricerca più assillante, intensa e prolungata. Ogni membro della famiglia può darsene una spiegazione diversa e questo può facilmente mettere a dura prova le relazioni familiari, particolarmente quando ci si inizia ad accusare a vicenda.

Molte persone riescono a convincersi che non riusciranno mai a sapere davvero perché chi si è tolto la vita l’abbia fatto.

Anche se la morte può essere sopravvenuta in seguito a una particolare circostanza, in genere il suicidio non ha una causa unica che può averlo provocato.

All’inizio non ero consapevole della mia rabbia, ma non ero consapevole di nulla se non …….. che l’aveva fatto, nonostante la cura e l’amore che avevo per lui, nonostante la condivisione continua e quasi assillante dei suoi disagi, l’aveva fatto, mi aveva mollata, mi aveva mollata sola con due figli da crescere, sola senza un lavoro e senza soldi, sola nel caos e nella tragedia, sola come una ingiusta sopravvissuta, come una cattiva persona….ero arrabbiata … molto arrabbiata….arrabbiatissima, una rabbia silente e muta, strisciante che mi terrorizzava e invadeva tutto il mio essere.Ho dovuto lavorare molto e a lungo, forse sto ancora lavorando, per mettere a nudo tutta questa sofferenza ed aprire il cuore a tutto ciò.
Gianna

Chi è rimasto ripensa continuamente, ossessivamente, a tutto quello che si sarebbe potuto fare per salvare la persona dal suicidio.

Quando ci si pensa a posteriori tutto sembrare improvvisamente molto chiaro. “E se avessi dato peso a quel segno o a quella frase?“, “E se non fossimo partiti quel week-end?“, “E se fosse stato meglio ascoltato?“. I “se” sono infiniti.

È importante ricordarsi che, in una persona che pensa al suicidio, i cambiamenti di comportamento possono essere molto graduali e che è estremamente difficile rendersi conto di quando una persona è arrivata al punto di volersi togliere la vita. Spesso, neanche i medici e chi si occupa di salute mentale si rendono conto della gravità del rischio. Inoltre, chi ha deciso di togliersi la vita può diventare molto abile a nascondere il suo progetto.

Quando qualcuno si suicida, familiari e amici sono assaliti da continui ed esasperanti sensi di colpa e dal bisogno di interrogarsi costantemente.

Sicuramente può aiutare confidarsi con una persona di fiducia e vedere le proprie emozioni in una prospettiva più realistica. Se però non volete dare voce ai vostri sentimenti, sforzatevi almeno di non assumere su voi stessi tutta la colpa e la responsabilità: questo non è certamente facile, ma provate, ad esempio, a scrivere una lista delle cose che avete fatto per aiutare la persona scomparsa. Ricordate anche che non potevate prevedere il futuro e che nessuno è responsabile per le azioni di un altro. Nessuno è perfetto e le ragioni di un suicido sono sempre molto complesse. Cercate di perdonarvi se avete detto o fatto cose che ora rimpiangete.

Se vi sembra che le sensazioni di colpa non accennano a diminuire, prendete in considerazione di parlarne al vostro medico, di frequentare un gruppo di mutuo aiuto o di parlarne con un counsellor.

Non passa giorno che io riesca a non chiedermi il perché. Non passa giorno che il senso di colpa non mi trascini, sempre più giù, fino a sprofondare. Mi angoscia pensare che forse noi tutti, come famiglia, avremmo potuto fare qualcosa per cui non avrebbe preso questa decisione e sarebbe rimasta con noi. Non riesco a perdonarmi tutte quelle cose orribili che ci siamo detti e mi chiedo perché non le ho detto allora, quando ancora potevo, tutte quello che ora le vorrei dire?.
Antonio

Chi rimane – molto spesso – si sente respinto e abbandonato da chi si è tolto la vita.

A volte il sentirsi respinti può provocare sensi di inadeguatezza: si può pensare di non valere nulla e aver paura di ulteriori rifiuti, rischiando così di isolarsi anche da chi davvero potrebbe porgere aiuto e sostegno.

Può darsi che chi si è tolto la vita fosse così preoccupato dai propri problemi da non riuscire a pensare a nessun altro, oppure può aver pensato che gli altri sarebbero stati meglio senza di lui o lei.

Mia madre si è uccisa perché era malata, ma questa e’ un’affermazione che faccio solo a me stessa con razionalità…per il resto mi sento tradita, abbandonata…la famiglia che si è distrutta…..vedo soffrire mio fratello e mio padre e sto malissimo… avrei preferito una mamma malata che voleva lottare..ma non una mamma che si e’ arresa alla malattia, scegliendo il modo più crudele per farla finita…
Lina

L’angoscia principale era che non fosse neppure venuto a parlarci. Penso che ad un certo momento eravamo tutti arrabbiati. Penso spesso: “ma come ci ha potuto fare una cosa simile?”.
Giovanni

Avevo bisogno di sentire quello che viene detto a chiunque perda una persona amata: ‘mi dispiace per il tuo dolore. Ti sono vicino. C’è qualcosa che posso fare per te? Se hai voglia di parlare, ti ascolto volentieri. Posso anche essere una buona spalla per piangere’. Avevo bisogno di sapere che chi lo diceva, lo diceva con sincerità. Nessuno invece vuole parlare del suicidio. Tutti pensano che è meglio non dire nulla, che se non se ne parla, si dimentica più rapidamente e si sta meglio. Per me invece era proprio il contrario.
Marina

Benché l’atteggiamento della nostra società nei confronti del suicidio sia molto cambiato, il silenzio che circonda chi rimane rischia di colpevolizzarlo e rinforzare un senso di vergogna.

Se gli altri sono imbarazzati, a disagio ed evasivi, è inevitabile che vi sentiate isolati e che perdiate le occasioni per parlare della persona scomparsa, per ricordare e celebrare tutti gli aspetti della sua vita.

Sono sconvolta a pensare che ancora oggi un suicidio possa provocare vergogna, che la gente lo reputi ancora un’infamia. Anch’io ho vissuto questo, come lo vogliamo chiamare? oltraggio, cattiveria, scaricare la colpa su un capo espiatorio? Dopo il giorno del funerale di mio marito, sia io che i miei figli non abbiamo più visto né i suoi genitori né i suoi fratelli. Poi tutte le chiacchiere e le illazioni del parentado del perché e del percome avesse fatto una cosa simile, gli ero stata infedele?, era malato?, aveva l’amante? E poi, subito dopo l’accaduto, io e i miei figli siamo stati al centro di una curiosità morbosa, ricevevo visite da persone che non vedevo da anni, e tutti volevano sapere… Secondo me delle volte le persone riescono a essere molto cattive e a fare del male, perché a loro volta hanno paura di affrontare il dolore a la sofferenza e pensano che questo loro modo di agire le possa allontanare.
Patrizia

Mi colpisce questo termine ‘infamia’…: i parenti di mio padre non frequentano la mia casa..perché il suicidio ha provocato in loro vergogna… infamia… questo è lo stigma…
Anna

Vi potrà accadere di sentire la necessità di proteggere voi stessi e la persona scomparsa dal giudizio degli altri. Non c’è nulla di strano nell’isolarsi a causa del senso di colpa o per un senso di vergogna o semplicemente perché avete bisogno di stare da soli per qualche tempo. Gli amici a volte non si fanno vivi perché non sanno cosa dire e hanno paura di ferirvi: dire agli amici che tipo di aiuto vi può servire può a volte semplificare i rapporti.

Una buona terapia per uscire dall’isolamento si è dimostrata quella di prendere parte a gruppi di mutuo aiuto.

Spesso chi si toglie la vita lascia dei messaggi. Se esprimono affetto, chiedono perdono o in qualche modo esonerano chi resta da responsabilità, possono essere fonte di conforto. Se il gesto non era assolutamente previsto, un messaggio può almeno eliminare qualsiasi incertezza sul fatto che si tratti di un suicidio.

Succede tuttavia che, a volte, questi messaggi possano essere spiacevoli, dolorosi e colpevolizzanti. È importante ricordarsi che le parole lasciate riflettono soltanto uno stato d’animo circoscritto ad un momento specifico e di particolare turbamento.

Non necessariamente il messaggio aiuta a spiegare tutte le motivazioni di un gesto così auto-distruttivo, ma può essere straziante non trovare alcun messaggio.

La morte di un figlio è una esperienza devastante, ma il fatto che un figlio abbia voluto “scegliere” di morire e si sia tolto la vita rende questo evento ancora più insopportabile in quanto può sembrare uno specifico rifiuto di voi come genitori. Potreste sentire di aver fallito perché non siete riusciti a prevenire il gesto e a dare aiuto e potreste arrovellarvi e chiedervi se qualcosa che avete detto o fatto abbia potuto influenzare la sua decisione. Vi potreste sentire in colpa per non aver notato cose che, ripensandoci, avrebbero potuto essere colte come segnali premonitori. Scoprire oggetti che non sapevate in suo possesso può farvi scoprire che non era proprio chi pensavate. Vi potreste colpevolizzare per non aver capito che era così terribilmente infelice. Potreste sentirvi mal giudicati dagli altri. Nessuno però è un genitore perfetto: cercate invece di ricordare tutto ciò che di buono avete fatto come genitore.

Se avete altri figli, avranno ancora più bisogno di voi. Chiedete ad altri membri della famiglia o ad amici di aiutarvi finché non vi siate un po’ ripresi dal trauma. Nel caso in cui abbiate paura che altri figli siano a rischio, cercate di parlarne con il medico di famiglia o uno psicoterapeuta. Incoraggiate gli altri figli ad esprimere le loro emozioni e discutete con loro di quanti modi diversi ci sono per affrontare i problemi. Tuttavia, sforzatevi di non diventare iperprotettivi ed assillanti. Mettete in risalto le loro qualità e fate attenzione a che non sentano di dover rimpiazzare il fratello scomparso.

Se è un figlio unico ad essersi tolto la vita, vi sembrerà che non ci siano più speranze o progetti per il futuro e che la vostra vita non abbia più scopo. Cercate però di ricordare che quel figlio sarà sempre parte di voi e che il suo ricordo vi accompagnerà per sempre.

Se avete perso un figlio adulto, vi potreste sentire meno circondati di affetto rispetto alla famiglia di vostro figlio e appesantiti dal senso di responsabilità nei confronti dei nipoti, anche se spesso non si riesce a fare molto per loro. Fate attenzione a non manifestare rabbia o accuse nei confronti del partner rimasto davanti ai figli.

Madri e padri vivono la perdita in modi diversi. Spesso questo crea difficoltà nel rapporto: è difficile condividere le emozioni dolorose e convivere con la sofferenza dell’altro. In alcuni casi ci si rinfacciano a vicenda colpe e responsabilità e si può arrivare a mettere in questione il rapporto di coppia. In altri casi, sostenersi a vicenda e condividere la sofferenza può rafforzare il rapporto.

Nel caso di coppie separate o divorziate la situazione è ancora più difficile. Il genitore che non viveva con il figlio può sentirsi escluso, trascurato o anche colpevolizzato.

Non è assolutamente facile parlare ai più piccoli della morte, tanto più quando si tratta di una morte per suicidio. Ma quando riuscirete a farlo sarete soddisfatti di essere stati onesti e di essere riusciti a superare una tale difficoltà (vedi anche la sezione “Bambini in lutto ).

Che un bambino venga a scoprire per caso del suicidio di un genitore o di un familiare è infatti veramente molto traumatico: è quindi meglio essere chiari ed onesti fin dall’inizio. È facile che i bambini finiscano per sentirsi traditi se capiscono che non gli è stata detta la verità. Con i più grandi, è soprattutto difficile valutare la profondità e la qualità delle loro emozioni, nonché il bisogno che hanno anche di informazioni chiare su quanto è successo, poiché spesso, per proteggere i familiari, nascondono le loro emozioni.

È per questo che è necessario parlare con loro, usando parole semplici che sono in grado di capire e incoraggiandoli a parlare e a fare domande. È probabile che vostro figlio vi voglia ripetere sempre le stesse domande: ascoltate cosa chiede, anche se le domande vi sembrano sciocche o irrilevanti: cercate di rispondere con coerenza ed onestà. Spesso i bambini non riescono ad assorbire le informazioni tutte in una volta: siate quindi pronti a ripetere più volte la storia di cosa è successo. Questo li aiuta a venire a patti con la loro perdita e ad accettarla.

È possibile spiegare ai bambini cosa è successo dicendolo un po’ alla volta, in un periodo di tempo più breve o più lungo a seconda dei bisogni, delle richieste e dell’età dei bambini. È importante però usare un linguaggio semplice e diretto ed evitare frasi quali “è andato in un mondo migliore” o “si è addormentato”: dal momento che i bambini tendono in generale a capire le cose nel loro senso letterale potrebbero ad esempio decidere di non voler andare a dormire per la paura di non svegliarsi più. È comunque importante che i bambini capiscano bene che la persona non tornerà più.

Se avete fede in una vita dopo la morte, ne potete parlare con i bambini, spiegando che è su questa terra che non vedranno più quella persona. È anche importante che i bambini non sentano in alcun modo di avere qualche responsabilità per la morte avvenuta così come è essenziale rassicurarli del fatto che sono amati e fonte di gioia.

Una morte in famiglia è sempre un’esperienza devastante: può essere però particolarmente difficile per gli adolescenti che stanno contemporaneamente affrontando tutte le pressioni e le difficoltà legate a questa fase del loro sviluppo.

È probabile che i figli adolescenti trovino difficile esprimere le loro emozioni. Li potete aiutare dimostrando attenzione ed ascolto per quello che dicono, incoraggiandoli a esprimere il loro dolore nel modo che è loro più congeniale: magari attraverso la musica, o disegnando, o scrivendo poesie o riflessioni.

È importante rendersi conto del fatto, e accettarlo, che il loro modo di vivere la perdita può essere diverso dal vostro: potrebbero rinchiudersi silenziosamente in se stessi o piangere e gridare. Cercate di essere pazienti se sono arrabbiati ed irritabili. Cercate di parlare tutti insieme, in famiglia, e di cercare di esprimere la vostra sofferenza.

I ragazzi più grandi potrebbero volersi allontanare da una casa che è piena di dolore e potrebbero aver bisogno di tempo da soli, per pensare, o di tempo con i loro amici. Infatti, potrebbe essere che gli sia più facile parlare con gli amici o con persone al di fuori della cerchia familiare.

Cercate di non essere esageratamente protettivi, e incoraggiateli ad uscire e divertirsi se ne hanno voglia.

Se è uno dei vostri figli che si è tolto la vita, cercate di non idealizzarne il ricordo, perché questo potrebbe creare dei problemi con i fratelli rimasti.

Se temete che i vostri figli siano depressi o nutrano pensieri suicidi, parlatene con una persona di fiducia, con i medici del centro di salute mentale, al consultorio familiare, con una persona religiosa di vostra fiducia o con un professionista come uno psicologo, un psicoterapeuta.

Ho due figli che hanno dovuto crescere con questo peso. Solo qualche anno fa mi ricordo lo sfogo e la rabbia che ancora provava mio figlio e quanto avesse sentito la mancanza del padre, si era sentito abbandonato e troppo responsabilizzato nella sua giovane età, aveva solo 15 anni, e come dovesse ancora adesso gestire la rabbia che sentiva dentro. mia figlia che aveva 12 anni ha cancellato i sui ricordi con il padre, era una bambina non aveva la forza di affrontare il dolore. anche loro nonostante fossero dei bambini hanno cercato di fare del loro meglio, gli ultimi tempi mio figlio gli diceva in continuazione che gli voleva bene, che era perfetto così com’era . . .
Ginevra

Entrare in contatto con altri che hanno vissuto simili esperienze dolorose di perdita, poter condividere con loro la propria sofferenza, sapere di avere a portata di telefono o di tastiera qualcuno disponibile ad un ascolto autentico e non giudicante, può essere di grande sostegno.

Entrare in un gruppo di mutuo aiuto, confrontarsi con altri e imparare a sostenersi reciprocamente può dare grande conforto. Per saperne di più e trovarne uno nella vostra area, visitate la nostra sezione “Il gruppo di mutuo aiuto“.

Indichiamo di seguito altri indirizzi italiani e stranieri che vi possono essere di aiuto:

http://www.soproxi.it

Progetto legato allUniversità di Padova per il sostegno e l’informazione di familiari ed amici di persone che si sono suicidate. Hanno attivato un forum per i sopravvissuti ad un suicidio, sul loro sito sono presenti molte testimonianze di chi sa cosa vuol dire perdere un caro con un suicidio, ed è anche attiva una chat, per un’ora alla settimana.

http://www.deleofundonlus.org

La Deleo fund è una associazione di Padova che offre aiuto a coloro che hanno subito la morte traumatica di una persona cara. Hanno un forum con una sezione dedicata solo a chi ha conosciuto il suicidio di una persona amata (“Rompere il silenzio”) e un numero verde da poter chiamare quando si ha bisogno di aiuto e sostegno: 800168678.

http://www.afipres.org

L’A.F.I.PRE.S. (Associazione Famiglie Italiane Prevenzione Suicidio) è una associazione di volontariato con sede a Palemo, nata con l’obbiettivo di impegnarsi in campagne per la prevenzione del suicidio e per il sostegno alle famiglie di giovani suicidi.

L’Associazione organizza gruppi di auto-mutuo aiuto per amici e familiari che hanno subito un lutto per suicidio e offre anche sostegno telefonico con un servizio denominato “telefono giallo” (091 6887912; 091 6859776) e tramite un numero verde 800 80 99 99.

http://www.samaritansonlus.org

Samaritans è una organizzazione di volontariato nata in Gran Bretagna nel 1953, a Roma nel 1980. I Samaritans offrono ascolto telefonico – in assoluto riserbo e senza giudizio – a chiunque si trovi in una situazione di grande disagio emotivo, depressione, desiderio di suicidio. L’ascolto permette lo sfogo e l’espressione dello stato di disperazione e la possibilità di ritrovare, ascoltandosi parlare, una prospettiva diversa per inquadrare il proprio problema.

Il numero verde gratuito è: 800 86 00 22

http://www.telefonoamico.it

L’Associazione Nazionale Telefono Amico Italia offre – tramite l’ascolto telefonico – un servizio gratuito di emergenza per le persone in crisi. L’ascolto di chi chiama si svolge in totale riservatezza ed anonimato, nel totale rispetto della persona che chiama, in modo non direttivo ed indipendente da qualsiasi affiliazione politica o religiosa.

Il numero del Telefono Amico è: 199 284 284

http://www.telefonogiovane.it

Offre un servizio di ascolto telefonico gratuito per adolescenti e giovani che vivono un momento di crisi e difficoltà, che vorrebero parlare di temi che non riescono ad affrontare a scuola, o con familiari ed amici. Rispondono volontari giovani, adulti, insegnanti, medici. A richiesta, è possibile avere la consulenza di uno psicologo, un sessuologo, un ginecologo, un sacerdote, una neuropsichiatra.

Il numero verde è: 800 560 990

http://www.uk-sobs.org.uk/

Associazione britannica di “sopravissuti” al suicidio di una persona cara. Ricco in testimonianze e riflessioni.

Testimonianze e approfondimenti

  • Sono due anni che sto “lavorando” sul mio dolore, vorrei trasmettere a tutti che più si va avanti e più le consapevolezze aiutano a dare un senso alle cose. La mia vita sta prendendo una strada diversa, da che era in stand by, ora riesco a gestire sia il dolore che il resto. Sono la cicatrice che porto ma sono anche tutta la mia vita che ci costruisco intorno. Così come tutti voi…
    Ho pensato a lungo che non sarei mai più tornata in me.
    Il viaggio nel viaggio. Mi ero persa.
    Pensiamo sempre che le tragedie non possano mai accadere a noi.
    Poi, invece, il destino e la vita bastarda scelgono proprio Lui, scelgono te e tu non sei pronto.
    E ti accorgi che non lo sarai nemmeno passati i giorni, che diventano mesi che si trasformano in anni. Perché il punto non è essere pronti.
    L’ Australia e il mio alter-ego, l’Australia e quella solitudine dilaniante, l’Australia e quel dolore che non trovava mai pace.
    Credo di aver perso ogni cosa in quel paese: la persona che ero, dignità, autostima, certezze, convinzioni, forza, speranza, amore.
    Mi sono rimescolata e smontata, mi sono fatta del male, tanto e ne ho fatto a chi avevo intorno.
    Ho provato rabbia contro di me, contro di Lui per la sua scelta, contro chi non capiva e contro chi se ne fregava.
    Mi sono chiusa poi aperta poi ricucita. In certi momenti ho finto a me stessa e agli altri di stare bene.
    Ed ad un certo punto mi sono anche capita.
    Lo so che davanti agli altri non si dovrebbe parlare di questo e sarebbe meglio mostrarsi belli, sorridenti e nella posa giusta.
    Tuttavia, quando vivi così lontana e con un dolore immenso da gestire, impari a mollare quella maschera ed affidarti per ciò che sei agli sconosciuti, perché ne hai bisogno.
    Gli “sconosciuti” di questo viaggio mi hanno aiutato e mi hanno insegnato a mostrare il lato più intimo e vulnerabile senza aver paura di farlo. Non lo scorderò mai.
    Mi sono concessa di essere fragile per la prima volta nella mia vita, e nel momento in cui ho accettato la mia debolezza ho capito che invece avevo trovato la vera forza.
    Ho raggiunto il punto più buio della mia anima e da lì sono ripartita.
    Perché si riparte sempre in qualche modo, la vita ti toglie e ti fa girare per altre direzioni.
    Ora sono di nuovo qui, a Roma e con tanto affetto che mi circonda.
    Sono di nuovo nella nostra casa ma non mi tremano più le mani.
    Mi sono guardata allo specchio e ho intravisto quella che una volta era sua sorella, le ho fatto una carezza e le ho detto per l’ultima volta addio, quel ruolo non mi appartiene più.
    Andrea è nel mio sangue, è in alcune espressioni del mio volto, in certi lati del mio carattere, lo rivedo negli occhi dei nostri genitori che purtroppo non riuscirò mai più a render felici.
    Andrea è dentro di me legato a vita con un nodo che sa di eterno.
    Non lasciatevi mai sconfiggere dai dolori e dalle difficoltà che incontrate, non lasciate che la sofferenza vi incattivisca. Non nascondetevi dietro a tutto ciò.
    Lasciate che vi renda migliori, empatici, generosi e aperti a ciò che la vita ci ha destinato. Cercate l’amore. Fidatevi dei cuori puliti.
    Io ci sto provando e finalmente non ho più paura.
  • La cosa assurda è che si riesce a sopravvivere. Ci sono stati momenti in cui pensavo di morire per il dolore. Mi sentivo frantumata in milioni di schegge, implosa. E invece, paradossalmente, si sopravvive.Ho sentito di madri che sono morte di crepacuore e di una che si è uccisa. Ma, fra tanti genitori che ho conosciuto, è una piccolissima percentuale. Sopravviviamo.
  • Mamma si è buttata sotto un treno della metropolitana e io ho dovuto fare il riconoscimento del cadavere. È stata la cosa più brutta della mia vita, una cosa che mai avrei immaginato di dover e poter fare. Non mi libererò mai di quel ricordo, di quella scena. Però non ho la rabbia che tante persone hanno. Io l’ho perdonata per non averci pensato quando ha fatto questa follia, evidentemente per la sua testa malata era una soluzione per la fine delle sue sofferenze. Sono sicura che a modo suo ci voleva bene e non voleva darci fastidio: si era convinta di essere molto malata ma non era vero, tutto era nella sua testa, nella sua angoscia. Stava bene, e non lo sapeva, e ci ha lasciati. Ma se la testa non funziona … niente altro conta.
  • Adesso è solo odiarlo che mi permette di andare avanti..
  • Mi arrovello per ore e mi chiedo: ma il depresso può non VOLERE IL DOLORE DEI PROPRI CARI? Vuole morire senza mai pensare per un attimo alle conseguenze per chi lo ha amato? Non riesco a capacitarmi che non abbia pensato a noi…
  • Sono sconvolta che ancora oggi un suicidio possa provocare imbarazzo. La gente non mi parla più di mia figlia, è come se niente fosse successo e lei non fosse mai esistita. A una madre che perde la figlia tutti si avvicinano, le fanno le condoglianze. Io mi sento una appestata, a volte. Sento il loro imbarazzo, ma anche sotto sotto le chiacchiere e le illazioni e il giudizio. Sento che persone hanno paura di me e mi preferiscono lontana.
  • Vedo soffrire mia madre, i miei fratelli e come loro sto malissimo. Mi sento “persa”, all’improvviso, come un bambino abbandonato. Viviamo tutti in un incubo senza più sorrisi e non sappiamo se ci sveglieremo mai. Mi sento smarrita e ho paura di tutto.
  • Mio fratello ha deciso di togliersi la vita. Era un entusiasta, sempre sorridente. Non ha lasciato scritto nulla, non riesco a darmi un ragione, a crederci. Non capisco, non so, non sappiamo nulla e siamo disperati. Sono perseguitata da quella immagine e credo di non farcela più a sopportare, ogni volta che mi sveglio, quando vado a letto, nei momenti qualsiasi della giornta ho negli occhi e nella mente l’immagine di mio fratello con tutto quel sangue intorno, quel foro sulla parete e sento il gelo che mi invade, come una morsa implacabile. Ricordo solo quello. I momenti belli passati insieme sono scomparsi, so che ci sono stati, ma non mi appartengono più. È come se di botto tutto si fosse cancellato e rimanesse solo quasta atroce desolazione.
  • Quello che mi colpisce nella maggior parte dei suicidi è la violenza che mettono nel porre fine alla loro vita. Anche mio marito si tirò un colpo di fucile in bocca. Fortunamente per me ed i mei figli lo fece lontano da casa, in macchina. Lo trovò un suo carissimo amico. Nessuno poté dargli l’ultimo saluto perché dovettero fasciare il suo capo spappolato. Questi ricordi sono orribili e non ne posso parlare mai con nessuno e mi pare di essere loro prigioniera.
  • Io e mio fratello ci toglievamo 17 mesi e siamo sempre cresciuti insieme. Avevamo gli stessi amici e parlavamo di tutto, o così credevo. Il 15 giugno 2013, era sabato e lui mi ha lasciata, anzi, ci ha lasciate. Siamo sempre stati noi tre, io, Luca e mia mamma. Sempre noi tre, a fare tutto insieme.Era un periodo pazzesco, di fuoco. Lui si stava per laureare ed io stavo acquisendo maggiori responsabilità nel lavoro. Ero stanca e distratta, troppo presa dal lavoro. Siamo di Roma ed eravamo entrambi andati a studiare a Ravenna, lui prima di me. Si trovava bene li e così, avendo avuto un pò di difficoltà nella mia università decisi di andare li anche io. Avevamo case diverse, perchè lui preferiva stare per conto suo. A gennaio 2013 il suo contratto di casa era scaduto e così, visto che si doveva laureare a Luglio, abbiamo pensato che a quel punto era inutile prendere una nuova casa, che non ne valeva la pena e che era meglio, per quei pochi mesi, che lui venisse a stare da me visto che comunque io, lavorando a Roma, facevo avanti e indietro e la casa era spesso vuota. Ero a Roma e lui ci avrebbe dovuto raggiungere in pochi giorni. È successo tutto in poco tempo e lui era li da solo. Stava scrivendo la tesi e si stava concentrando su questo. Il lunedi gli hanno comunicato che il suo titolo non era stato accettato e che avrebbe dovuto discutere la tesi a novembre. Questo lo ha buttato in un profondo sconforto, dal quale io cercavo di squoterlo, dicendogli che non era niente, erano solo sei mesi e chi se ne frega. Che avremmo fatto qualcosa di divertente l’estate e che ormai era fatta, tanto valeva che tornava a casa così potevamo dare il via alle nostre solite estate di relax. L’ultima volta che ci ho parlato è stato giovedi 13 giugno. Era tardi ed io ero ancora sul treno per tornare a casa, ero stanca morta e mi sono spazientita per questo suo non volersi squotere. Così abbiamo litigato e ci siamo praticamenti attacati il telefono in faccia. Non l’ho sentito mai più. Non ho potuto chiedere scusa. Non abbiamo potuto fare pace.Il venerdi al solito è stata una giornata pienissima e alle 20.30 ero ancora sul raccordo con la macchina che scaldava. Mia mamma ha parlato con lui tre volte quel giorno, l’ultima telefonata si è conclusa proprio mentre io sono rientrata a casa. Lui aveva una chiamata sotto (di mio padre) e ha detto a mamma che la richiamava dopo. Appena rientrata gli ho scritto su Facebook, ma niente, non visualizzava i messaggi. Abbiamo chiamato svariate volte quella sera ed io ero furiosa del fatto che non mi rispondesse al telefono. Siamo andate a dormire, pensando che volesse stare per conto suo, ma io ero proprio arrabbiata. Come si permetteva di non rispondermi al telefono?! La mattina dopo mi sono messa la computer a lavorare e nel frattempo il telefono andava in richiamata automatica perchè avevo deciso che bastava così. Ora doveva rispondermi. Verso le 11 mi contatta la sua ragazza dicendomi che era preoccupata, perchè Luca non rispondeva al telefono. A quel punto mi si è spezzato il respiro ed ho cominciato ad andare nel panico, ma ancora volevo pensare che voleva stare da solo. Ho chiamato un amico di Ravenna per andarlo a squotere e a dirgli di rispondere al telefono perchè ci stavamo preoccupando. Lui è andato dalla mia coinquilina che era a casa del ragazzo a prendere le chiavi di casa ed è andato a vedere. Alle 12.53 mi ha telefonato questo amico. La telefonata che nessuna sorella, madre, moglie, figlia dovrebbe mai ricevere. Ho risposto e lui urlava…non capivo che cosa mi stesse dicendo. Mi si è fermato il cuore. Mia madre era vicino a me e mi ha visto sbarrare gli occhi e mettermi una mano sulla bocca per soffocare un urlo. Mi ha chiesto che cosa fosse successo. Mi ha chiesto se era morto e io mi ricordo solo di averla guardata e di aver annuito, continuando a tenere la mano sulla bocca con il mio amico che continua ad urlare al telefono. Si è impiccato in bagno con una cintura. Mi ricordo di quella cintura. Siamo salite in macchina e siamo corse a Ravenna…a casa mia. Sono susseguiti giorni folli, tra logistiche che conoscete e riconoscimento… eravamo incredule. Noi eravamo un tavolino a tre zampe. Come aveva potuto farci questo?!Prima che questa cosa succedesse, ho sempre pensato che chi sceglieva di togliersi la vita, lo faceva alla fine contro se stesso si, ma punire gli altri. Solo dopo esserci passata mi rendo conto di quanto io sia stata stupida e superficiale. Come potevo dare giudizi così netti?Il cervello umano è ancora una macchina per certi versi sconosciuta. Non lo so cosa sia successo quella notte, o quella mattina. Ci sono 12 ore di buco in cui non so cosa abbia fatto. Non ha fumato, non ha usato il computer, non ha visulizzato imessaggi su Facebook, niente. Quello però che so è che non era noi che voleva punire. Non voleva punire nessuno. Ha avuto delle allucinazioni? Un episodio psicotico? Non lo so. Quello che so è che lui non era li.Siamo tornate a casa quattro giorni dopo con una scatoletta con le sue ceneri. Tutto qui. Una scatoletta. Abbiamo fatto una cerimonia al cimitero degli inglesi, un posto che lui amava ed abbiamo donato una panchina tra le tombe dei poeti con una sua poesia incisa sopra. Abbiamo svuotato la casa ed esattamente tre mesi dopo la sua morte, siamo andate via. Non potevamo più stare in quella casa. Ce lo siamo detto subito, appena abbiamo chiuso la porta di casa per andare a “prederlo “. Sapevamo che non saremmo più tornate a “casa”. Siamo sopravvissute in quei tre mesi catalogando ed impacchettando la nostra vita e il 15 settembre abbiamo messo quattro stracci in valigia e abbiamo preso un aereo. Quando qualcosa va così in pezzi non ci sono macerie con cui ricostruire, puoi solo andare via e cercare di ricostruire qualcosa altrove. Per noi era l’unica possibilità di sopravvivere. Ho cercato di “tenere gli argini”. Avevo paura di impazzire ed avevo paura che la mia mamma andasse completamente fuori di testa, lasciandomi sola anche lei.Tanto dolore ha fatto paura a tutti. Siamo state lasciate sole. Dopo il funerale nessuno è venuto ad aiutarci o a trovarci, pochi hanno chiamato. La sera del funerale, abbiamo mangiato un pollo di rosticceria io e mamma, sedute in giardino per la paura di rientrare in quella casa vuota.Sono passati tre anni ed io mi sono congelata. Non ne parlo quasi mai ed ancora ho difficoltà a guardare delle foto. Alcune volte penso che se non ne parlo, evito agli altri di soffrire. Sopratutto a mia mamma, perchè poi alla fine, siamo noi due da sole contro questa voragine.
  • Sono le 4:20 del mattino e, dopo l’ennesimo sogno, ho deciso di provare a scrivere riguardo la mia, seppur breve, esperienza nei gruppi di auto mutuo aiuto.

    Mia madre si è suicidata. Devo scriverlo subito nelle prime righe, come se ne avessi l’urgenza. Potrebbe sembrare un’ingiusta doccia fredda a chi legge, ma per me è la spinta necessaria che mi da la forza di scrivere. Non so perché quando M. mi ha chiesto di mettere su carta la mia esperienza nel gruppo, io abbia pensato all’istante perché mi chiedesse qualcosa di così difficile. E’ diverso dal condividere sentimenti e pensieri parlando. Lì, il dolore esce per istanti definiti, per poi essere ricollocato nel profondo dove era custodito. Scrivere comporta un saperlo maneggiare più simile ad un artificiere con una mina. Devi proprio sapere cosa fare e farlo con molta cura se non vuoi esplodere con il dolore stesso.

    Naturalmente, il mio senso del dovere quel giorno davanti al caffè e allo sguardo buono di M., non ha saputo dire tutto questo. “Perché mi chiedi di scrivere ciò che ti racconto, io non ce la faccio!”. Lei mi avrebbe capita e supportata e io forse mi sarei sentita più libera. Ma non mi sentivo allora così tanto artificiere. E non ho scritto. Anzi, per la verità ho scritto, ma senza parlare poi troppo di me. Cercando di condividere ciò che avevo vissuto nel gruppo con gli altri che avevo incontrato, tralasciando me. Ho anche escogitato, non razionalmente, una buona scusa: “beh, essendo il facilitatore volevo dare spazio a ciò che era stata l’esperienza globale senza permearla troppo di ciò che è la mia esperienza”.

    Se guardo indietro mi faccio un po’ tenerezza. Finalmente aggiungerei. In questi mesi dalla fatidica richiesta di scrivere, mi sono accusata di continuo per non avercela fatta. Ora finalmente mi rivolgo uno sguardo magnanimo e penso “ci sono voluti mesi e una pandemia che ti ha costretto a guardare più dentro di te che intorno a te.” Ma comunque riesco a scrivere di getto, quando fuori ancora il sole non è sorto, spinta da un sogno dove compariva la mia bellissima mamma che mi aspettava a casa mentre io andavo e venivo dalle mie corse sotto la pioggia e a orari impossibili.

    Mia madre è morta suicida poco tempo fa. Questa è la risposta che vi darei se me lo chiedeste. Questo è come lo sento. Ma seguendo gli anni del tempo e non del sentimento, sono trascorsi undici anni. Il custode delle date è mio marito, lui si ricorda gli eventi con un ordine corretto, lui può. Io di quel periodo ho tanta confusione e mi sembra che lo spazio tempo abbia un’altra dimensione. Soprattutto dopo che sogno mia madre, nelle viscere mi sembra che esista il passato, contrassegnato unicamente da quell’evento, e il presente.

    Mia madre ha sempre sofferto e lottato con tutti gli strumenti che aveva contro la depressione. Una di quelle forme che sfidano coloro che guardano a capire, una di quelle in cui si va su e poi sprofonda giù. Che ti confonde ogni giorno, con cui ti chiedi chissà come starà oggi, in cui capisci che nessuno dei due andamenti significherà mai equilibrio. Era una donna splendida, solare, casinista, dolce, innamorata di mio padre alla follia e di me a cui diceva sempre “tu potrai fare ciò che vorrai nella vita”, guardandomi con gli occhi dell’amore. Al tempo però ero troppo impegnata ad odiarla per il suo su e giù continuo, vivevo con la paura che arrivasse quella mattina e non si alzasse più dal letto o che spendesse tutti i nostri soldi per comprare regali a chissà chi all’insaputa di mio padre ma chiedendo la mia complicità.

    Mi affligge pensare che odiavo mia madre. Oggi, dopo tanto lavoro su me stessa, posso dire di averla amata alla follia, che avrei voluto poter avere gli strumenti per affrontare la sua depressione in maniera adulta e consapevole. E che forse l’unica cosa che davvero odio è quella malattia maledetta che lei non è riuscita a sconfiggere.

    Mia mamma si chiamava Maria Luisa, ed è nata e morta a settembre. Per la precisione, è nata il 20 settembre ed è morta il 21. Questo lo ricordo. La contrapposizione fra nascita e morte non so perché ma mi ha devastato anch’essa. Avrei voluto più spazio tra le due, un intervallo che mi consentisse di gioire della sua nascita senza ricordamene anche la morte. Settembre è il mio non mese. Io vivo, lavoro, faccio cose, ma in verità è il mio mese del dolore. Piango spesso, mi concedo di più momenti in cui apro lo scrigno in cui ho custodito il mio sentimento di sofferenza, lo maneggio con cura e poi cerco faticosamente di trovargli di nuovo un posto nello scrigno. Metaforicamente, da qualche parte, ho sempre bisogno di pensare che io possa chiuderlo. L’idea che invada tutto e mi trascini con se è sempre viva, nonostante il famoso tempo, quello che per alcuni cura i mali.

    Un settembre del mio spazio tempo confuso, volevo fare qualcosa di diverso. Sentivo una spinta nelle viscere profonda. Che nasceva da una domanda che mi frullava nella testa: “esiste qualcuno la fuori che oltre me sente queste cose?”. Volevo trovarlo. Volevo aprire lo scrigno di fronte a persone che avrebbero avuto la stessa cura nel maneggiare quello stesso dolore. L’ho condiviso con le ragazze del mio gruppo di psicoanalisi. Loro rimasero all’inizio interdette, dopotutto mi avevano sempre accolta, sostenuta, supportata anche quando ero vicina al baratro (scelsi di frequentare il gruppo di psicoanalisi subito dopo la morte di mamma, proprio perché sentivo di non potercela fare da sola). Ma capirono che avevo bisogno di condividere quell’esperienza con chi aveva vissuto cose simili, di parlarne in uno spazio dedicato.

    Perché, parliamoci chiaro, quando socialmente è il momento di condividere un dolore così? A chi lo racconti nel profondo come vorresti? Descrivendolo nei dettagli, nei retro pensieri più bui, in quello che ti ha lasciato? Non esiste uno spazio così, va creato. Ma, a mio avviso, non esiste non perché le persone accanto a me, a noi, siano cattive o insensibili. Ma perché quel dolore è come uno tsunami, l’altro può esserne travolto e non sapere cosa fare. Persino io, rispetto a persone che hanno subito forti dolori, a volte non so che dire . . . insomma, non giudico l’altro che non riesce. Ritengo invece, e questa convinzione è ancor più forte dopo la mia esperienza al gruppo di auto mutuo aiuto, che servano nuovi spazi di condivisione per tematiche così delicate e insite di sentimenti contrastanti.

    Così scoprii Gruppo Eventi, conobbi M. e V. Fu uno degli incontri più belli e delicati della mia vita. Mi ricordo al sensazione di affetto e calore che mi avvolse. Mi fece piacere e mi cullò per giorni e mi diede la spinta per continuare. Chiesi loro se esisteva un gruppo per noi survivors. Ci chiamano così. Lo trovo abbastanza eroico, come termine, che quasi mi piace. Ovvero “coloro che sopravvivono al suicida”. Chi resta. L’ho trovato spulciando articoli scientifici sul nostro conto. Pare che non ci abbiano studiato abbastanza, e che non è che la scienza sappia bene cosa fare con “quelli come noi”. Vengo dalla biologia, e mi scuso se a volte il mondo della letteratura scientifica manca completamente di empatia. Ora, survivors non so se mi piace più come prima. Ne colgo l’immediatezza, ma manca di qualcosa. Io non voglio solo sopravvivere all’evento, io poi voglio vivere dopo l’evento.

    Con M. e V. decidemmo di formare un gruppo riguardante il lutto, dedicato a chi aveva perso un caro per suicidio. Sono stata fortunata perché ho conosciuto persone meravigliose in questo modo. Sarà che forse quando condividi qualcosa di te così profondo, ti conosci veramente? Senti una vicinanza vera, reale, profonda?

    Mi ricordo tutti, tutte le loro parole, i loro visi, la loro sofferenza. E, da biologa, posso dire che la variabilità dei vissuti emotivi è prossima all’infinito.

    C’è il dolore per un genitore. Con esso, la rabbia. Che è intrisa di dolore. Ho sentito racconti di chi aveva perso un genitore molto amato e semplicemente aveva desiderio di trovare uno spazio per parlarne, per rivivere verbalmente l’accaduto. Quel famoso spazio che fuori dal gruppo sembra così difficile da creare. E non importa se di anni ne sono passati 1 o 10. Lo spazio tempo alterato sembra una sensazione comune. Anche se la scienza ci dice che il dolore per la perdita ha diverse fasi ben distinte, negazione, rabbia e non ricordo che altro sino ad accettazione, il percorso non è così lineare e a volte mi sembra più simile ad una strada contorta fatta di curve dove ogni tanto ti ritrovi davanti a qualche sentimento già vissuto. Mi è capitato tante volte di chiedermi se qualcuno degli autori di questi testi abbia mai vissuto un lutto, se per loro la via sia stata lineare. Per me no. Chi ha perso un genitore da cui non si sentiva amato, soffre parimenti. Sembra che l’odio provato per quel genitore crudele in vita si trascini anche nella sua morte, anzi che quella morte violenta da lui/lei scelta lo alimenti maggiormente. L’odio è un sentimento legante fortissimo… e mi ha fatto capire che io avrei dovuto risolvere dentro di me tante cose con mio padre prima che morisse, per evitare di passare anni o forse una vita odiandolo anche dopo la sua morte. Mi colpì tantissimo come il suicidio interrompa un processo in essere. Che sia una relazione di amore, odio, contrasto o altre mille forme. Sbam. E’ come una porta in faccia mentre stai cercando di dire qualcosa e non puoi tornare indietro. Non c’è modo di recuperare o cambiare le sorti della storia, mai più. E questo lascia un legame indelebile con l’altro.

    Ma, chi ha perso un genitore ce la fa. Trova un modo per fare ben più che sopravvivere, vive. Ha figli. Ha l’arte. Ha un mondo suo dopo la tragedia. Perché un genitore può morire. Io credo che si possa accettare nel profondo.

    Un figlio no. Il gesto suicida di un figlio è qualcosa che genera un senso di colpa (sempre presente in ognuno di noi cari del suicida, che ci domandiamo di continuo se avessimo detto o fatto diversamente) inenarrabile. Quando sentivo parlare chi aveva perso un figlio, pensavo che se io perdessi così la mia bambina forse impazzirei. I loro occhi erano sempre in lacrime. Avevo la sensazione nella pancia che loro volessero parlare del loro dolore e che in quello spazio, a differenza di me che volevo circoscriverlo, loro ci volessero vivere per sempre. Dopotutto, quel dolore era come un evocazione del figlio che non c’era più, era il sentimento rimasto. Non c’era nessun desiderio in loro di andare oltre ciò. O, come direbbe lo scienziato, di cambiare fase. Io li capisco intensamente. Anche io vorrei rimanere lì per sempre, dove posso ancora cullare la mia bambina, vederla, sentirla. Non vorrei mai che il dolore si spegnesse, la vorrei tenere viva in me fino al mio ultimo giorno. Soffrivo tanto per loro. A volte, riuscivamo a condividere ricordi belli dei nostri cari, piccoli gesti che amavamo, le loro caratteristiche peculiari. Non tutti ce la facevano. Il dolore era il sentimento più sicuro e più certo dove trovare e riunirsi con il proprio bambino.

    Ho incontrato persone che hanno perso fratelli o sorelle. E ho riflettuto molto sulle modalità che una persona adotta per togliersi la vita. Perché anche quelle fanno la differenza. Perché, secondo me, e forse non si può dire, ci si può suicidare scegliendo di inviare un messaggio di odio. Rancoroso. Mirato a generare una reazione di sofferenza, ancor più forte di quella che già si creerebbe. E fare i conti con questo tipo di dolori, con l’invio di certi messaggi non è semplice. Per chi li riceve, è un mettere in discussione l’esistenza, ritenere di essere persone da buttare via, orrende. Immeritevoli di felicità. E in questo caso, la “scelta” di vivere nel dolore è quasi una auto-punizione. Una cella in cui ci si mette per spiare la colpa di aver portato l’altro alla morte.

    Mi ci sono sentita tante volte anche io. La Causa. Io figlia casinista, avventuriera. Basta direi. Quando hai un genitore problematico non ti puoi permettere di essere un figlio problematico. Non ne ho combinate poi tante. Però, non posso essere stata solo io a causare tutto ciò. Forse Dio può con un solo dito fare il bello e cattivo tempo per una persona, ma non certo io. Mia madre ha avuto una vita allucinante coi suoi genitori, un’infanzia turbolenta, una vita adulta fatta di scelte difficili. Ho ricostruito la sua vita in questi anni in cui non c’è più. Volevo capirla, conoscerla meglio. E’ stato un processo fondamentale. E in cuor mio speravo che ognuna delle persone che incontravo avesse la possibilità di farlo. Perché, come ho sempre detto, mia madre ha lottato con i pochi strumenti che aveva ma a me, inconsciamente e consciamente, ne ha dati altri per lottare.

    Quando mi dico questo mi sento forte. L’importante è non leggere la letteratura su di noi che sottolinea come siamo più propensi a commettere a nostra volta il suicidio. Ecco, questa cosa invece mi fa arrabbiare. Mi verrebbe da dire: scienziato, non avete pensato a una psicoterapia, o qualsivoglia termine vogliate usare per supportare emotivamente i famosi survivors e te credo che siamo più esposti al suicidio! Fa parte della nostra esperienza di vita.

    Noi siamo più esposti al dolore travolgente. Dobbiamo unirci e trovare spazi di condivisione per far poter maneggiare il dolore e poter far si di vivere, non sopravvivere, con esso. Una perdita comporta sempre una ristrutturazione. Al diavolo lo scienziato, lo so di essere più esposta. Lo tengo a mente, grazie. E tengo bene a mente anche quanto per me sia importante poter parlare e sentire il mio dolore, sognarlo, piangerci sopra ancora e ancora senza vergogna. Quanto per me sia importante trovare uno spazio per poterlo condividere, dove chi ho di fronte lo comprende e lo sente con me. Ho sentito il calore di tutte le persone che ho incontrato, nessuno escluso. E’ stata una benedizione, mi ha fatto sentire accolta, che quello che provavo non era un mostro, che potevo toccarlo, sentirlo senza morire io stessa.

    Voglio pensare che non serva morire per far sì che io mi liberi dei miei dolori. Anche perché io non me ne voglio liberare. In quel dolore c’è mia madre e io voglio che resti con me. Nelle mie risate c’è mia madre. Quando gioco con mia figlia c’è mia madre. Quando mi compro una cosa inutile c’è sicuramente mia madre! Se io morissi, dopotutto, la perderei di nuovo.

    Oggi, dopo oltre dieci anni, il sentimento che credo io abbia lasciato indietro è il senso di colpa. E’ una morsa che attanaglia tutti noi, che ho visto ribollire in mogli e mariti che hanno perso i loro coniugi più che mai. Quella voce perpetua in testa che ti sussurra “avresti potuto accorgertene, aiutare, fare qualcosa in tempo”. Quella voce trasforma la vita in una lenta tortura…una cella senza chiave dove almeno una volta al giorno fa visita un boia. La sofferenza è profonda, e mina anche l’identità di chi la prova. Ma ho sempre avuto l’impressione che donne e uomini reagiscano diversamente. Sull’uomo grava il peso culturale di dover esser il maschio di casa e in un certo senso avere le redini, anche esistenziali, dei membri del focolare. Le donne, angeli del focolare, hanno la spinta di rimanere per i figli, i nipoti. Perché è loro dovere prendersi cura, non si possono abbandonare completamente al dolore. Questi stereotipi rendono difficoltoso guardarsi dentro e sentire in libertà, senza pensare a essere quello che culturalmente dobbiamo essere. Io da questo ne sono afflitta spesso: sii scattante, energica, sorridente, positiva. Per fortuna che con le ragazze del gruppo abbiamo creato una sorellanza vera e propria, che ho un marito che gli stereotipi non sa neppure cosa siano, che ho tanti cani intorno a me che sono come si sentono in trasparenza. E amici che sanno di me come sono, dentro, nel profondo. Posso concedermi di essere come sono. Di incepparmi. Di essere depressa. Ansiosa. Di non farcela. Ci deve essere un luogo, da qualche parte, dove ognuno di noi può sentirsi libero di esprimersi. Sarà banale, ma secondo me il dolore così non uccide, trova delle strade per uscire, come una pentola a pressione che sfiata, non si accumula dentro trascinandosi in un vortice senza ritorno.

    Nel gruppo è emerso spesso, oltre agli stereotipi culturali, il giudizio degli altri. Che in genere è feroce, sterile, non comprensivo, rifiutante, non empatico. L’altro non capisce. Ma ogni volta, mi sono chiesta perché vogliamo essere capiti dall’altro? Cioè, cosa dovrebbe fare l’altro per noi? L’altro, poverino, non è mai come noi lo desideriamo e non lo sarà mai. Me lo immagino molto più simile a noi: impacciato, che non sa bene che fare, se chiamare, se non chiamare, se abbracciarci, se invece parlare d’altro che magari ci distrae (convinto che possa funzionare, ogni tanto . . . ma chi di noi non l’ha mai pensato?), se portarci a cena fuori, se ricomparire dopo un po’ perché magari questo dolore noi lo vogliamo affrontare da soli. Nel tempo, visti i miei fallimentari tentativi di aspettarmi dall’altro cose, ho imparato a chiedere ciò di cui ho bisogno al momento. Quando mi riesce, devo dire che è una strada positiva, anche perché il povero altro non è nella mia testa e non sa quello che voglio al momento. Sorrido, perché poco fa è venuto mio marito chiedendosi dove fossi finita, mi ha subito chiesto se avessi sognato qualcosa su mamma e credo volesse abbracciarmi (in genere con me funziona un buon 70% delle volte) ma io gli ho intimato di tornarsene a dormire e che volevo stare da sola. Ecco, questo secondo me è come si sente l’altro con noi. Di base, non sa che fare. Ah, e non parlo dell’altro quello giudicante gratuito, il passante o il vicino che anela racconti per nutrire la sua cesta di fatti degli altri senza alcun sentimento. In quei casi ricordo molto bene la risposta che diede un anziano partecipante, rivolto alla moglie che raccontava la difficoltà di dire al vicinato del figlio morto suicida. Dopo essere stato in silenzio quasi tutto l’incontro, lasciando che la moglie parlasse, disse più o meno così: “tu non devi rispondere a questi, te ne devi fregare. Non meritano nulla di nostro figlio, neanche una briciola di ciò che era. Passi oltre”.

    Il sole sta per sorgere. Non volevo alzarmi a scrivere, ma ce l’ho fatta. Ho messo nero su bianco i miei pensieri. Ho scoperto un altro piccolo spazio in cui posso sentirmi, non è stato semplice, ma una nuova scoperta che mi fa sentire bene. Lara

  • N.Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi, 2018

Commento al testo:

Questo romanzo, che ha la consistenza e l’intensità di una storia autobiografica, anche perché scritto in prima persona, ci fa entrare nelle pieghe di un lutto irrisolto vissuto in silenzio e in solitudine, legato alla sparizione del padre di Ida, la protagonista, “andato via senza saluti e spiegazioni” e senza che il suo corpo fosse mai ritrovato.

Una perdita traumatica che ha impedito a questa figlia una vita relazionale e affettiva piena non solo nel periodo adolescenziale ma anche nella sua vita da adulta.

Dopo 23 anni dall’evento Ida ritorna a Messina nella casa dove aveva abitato con la madre e il padre. L’appartamento deve essere svuotato, ristrutturato e forse venduto, tutti eventi che simboleggiano la necessità di un distacco, di una chiusura, di una ricostruzione di sé che consenta di “far uscire il padre di scena e spezzare il sortilegio che la teneva legata”.

In questa situazione Ida è costretta ad “un corpo a corpo col passato” e a fare i conti con il trauma che l’ha segnata da quando era una ragazzina di 13 anni. La casa l’assedia con i suoi fantasmi e le ripresenta gli eventi vissuti, quelli dell’infanzia e dell’adolescenza solitaria. La sua stanza la sente una “camera morta invasa dai flutti di ricordi urticanti” e anche nel ripercorrere i luoghi familiari della sua città rivive ossessioni, sogni , fantasmi e fantasie del suo passato, salvo quando, in una passeggiata solitaria, implorando “la pace di un cadavere”, riesce a scrivere su una panchina il necrologio di suo padre: “Qui giace Sebastiano Liquidara, lo piange la figlia Ida”. É un percorso solitario perché con la madre la condivisione è impossibile, “né la distanza né l’età avevano intaccato la rabbia e la ferocia” che le legava. Il silenzio di allora pervade ancora la loro relazione. Scrive l’autrice, “Io e mia madre avremmo dovuto semplicemente dire l’una all’altra: se ne è andato, mescolare le nostre lacrime, nominare il corpo di mio padre, creargli una tomba fatta di frasi e anche di pianti. Ma non l’avevamo fatto, e la sua bara era rimasta dappertutto”. E poi ancora “ Io e mia madre eravamo una famiglia come se nulla fosse successo, volevamo che il mondo ci stesse distante, più distante possibile. Fuori sorridevamo spesso, non offrivamo ferite e non mostravamo inermi le braccia, non chiedevamo aiuto, ma il pericolo della felicità degli altri era sempre in agguato”.

Queste esperienze di silenzio e di solitudine, insieme all’incertezza sulla morte del padre e al non ritrovamento della sua salma, avevano adombrato la sua vita e non le avevano permesso di attraversare e superare l’esperienza del lutto. Ida aveva infatti continuato a portare con sé non solo il peso dell’abbandono del padre, della colpa per non averlo saputo proteggere e trattenere, ma anche il peso della vergogna, del nascondimento, della pena non condivisa ed anche del suo disorientamento di bambina tredicenne che dissimulava sia il dolore che la vergogna della mancanza del padre ed anche il peso dell’ostilità verso la madre da cui a venti anni, appena aveva potuto, si era allontanata sperando che la distanza dalla Sicilia avrebbe “addomesticato e resi innocui i suoi tormenti”.

Durante il suo soggiorno a Messina alcune esperienze ed incontri la costringono a un’apertura e a un cambiamento: il confronto con Sara, l’amatissima compagna del liceo, che le fa comprendere quanto in passato, presa dal proprio dolore, era stata insensibile a quello dell’amica e la scoperta del dolore di Nikos, il giovane operaio diciottenne che sta ristruttuando la sua casa, il quale le confida, perché “estranea”, il suo segreto e la colpa per la morte della ragazza amata.

La notizia del suicidio di questo giovane e la disperazione dei suoi familiari riescono a scuoterla definitivamente e a far maturare una distinzione dalla ragazza di allora e dalla donna che aveva vissuto nel dominio della paura e nel sospetto di ogni forma di desiderio. Ida confessa a se stessa :“Amiamo le nostre ossessioni perché le usiamo per tenere la ferita larga, perché ci stiano dentro i nostri mali, i nostri timori, fino a dirsi che non si ama ciò che ci rende felici”.

La giovane donna nel liberarsi comprende anche che le era mancato “imparare a dire addio” per cui nel viaggio di ritorno, attraversando lo stretto che la separa dal continente e dal futuro, getta in mare la scatola di ferro rossa che contiene gli unici ricordi che, al momento della scomparsa del padre, aveva nascosto: la pipa con il suo odore e il nastro con la sua voce. E finalmente, compiuto questo rito simbolico e liberatorio di sepoltura di un padre e di un corpo mai ritrovato, può finalmente piangere, sciogliere il legame con il passato, e ritornare a Roma portando con sé la comprensione che la propria vicenda dolorosa sia un segmento del dolore universale: “siamo tutti dei sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Veniamo tutti da un funerale, …tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita.”

Leggendo questo libro possiamo comprendere gli stati emozionali e le conseguenze di una perdita non elaborata. Le difficoltà possono infatti intensificarsi e perdurare nell’età adulta se bambini e adolescenti non sono sostenuti e accompagnati nel percorso di accettazione della realtà dolorosa in modo che non si sentano troppo sperduti, tristi e abbandonati.

  • G.Franchini, Avevo le tasche piene di sogni, Artestampa 2014

Il commento di una mamma su “Avevo le tasche piene di sogni”:

“Un libro che non fa sconti, domande senza risposta sul senso della vita. Un libro intriso di dolore, rabbia, senso di fallimento sentimenti che noi ‘madri amputate’ crediamo di avere in esclusiva. Leggendo questo libro ci accorgiamo però che la morte del fratello è l’evento che cambia il corso dell’esistenza stessa non solo a noi genitori, ma con un’intensità pari anche aii nostri figli sopravvissuti.
Non ho mai sottovalutato il dolore dei figli rimasti, ma leggendo questo libro ho compreso quanto questo incida nella loro vita: è un momento di riflessione importante perché non è di facile comprensione ai genitori, alle madri, talmente prese dal nostro dolore da non riuscire a captare ciò che i nostri figli con i loro silenzi cercano di dirci. Sono rimasta molto sorpresa nel ritrovarmi in tutto ciò che l’autrice racconta e stupita di sapere che chi ha scritto non è una mamma, ma una sorella il cui fratello è morto suicida. Il libro che cerca di lanciare un messaggio forte anche a coloro che si trovano a dover fare i conti con la depressione di un proprio caro e a vivere l’inferno dell’impotenza e della solitudine”.

  • M.Evelina Buffa, Dopo la fine, Edizioni Sabinae, 2009
  • S.Casavecchia, A.Loperfido, Il coraggio del dolore, Armando 2008

Ci potete aiutare?
Se volete lasciare una testimonianza, un commento, un messaggio a chi, come voi, ha subito una perdita per suicidio; se volete parlare della vostra esperienza di dolore, di come il suicidio di una persona amata ha cambiato la vostra vita, lo potete fare scrivendo a: info@gruppoeventi.it
Anche questo è un modo di dar senso alla vostra sofferenza e di condividerla con altri.