Perdere un animale domestico

La perdita del proprio animale domestico non significa semplicemente perdere un animale, ma significa perdere un amico fidato con cui condividevamo molto del tempo libero a disposizione, una parte integrante della propria casa/famiglia, un compagno di vita di cui ci si prendeva cura ma da cui eravamo anche “curati”, ovvero rallegrati, riconosciuti, accompagnati. La perdita un animale domestico porta con sè un grande dolore sia da adulti che da bambini quando, spesso, questa è la prima esperienza di contatto con la morte.

La perdita di un animale domestico lascia un vuoto non solo nella nostra vita ma anche nelle nostre abitudini. Curarsi di loro vuol dire avere una serie di responsabilità e compiti cui assolvere quotidianamente: facciamo esercizio portando il cane a spasso, spesso socializziamo con altri padroni di cani, ci svegliamo presto per dare da mangiare al gatto e ci preoccupiamo di loro se dobbiamo essere assenti per qualche giorno. La perdita dell’animale domestico interrompe brutalmente queste abitudini, queste routines: cani, gatti, cavalli… ci offrono compagnia, riducono la solitudine e la depressione, e alleviano l’ansia. È quindi inevitabile che – al di là della sofferenza per la perdita – si provi anche un senso di vuoto e di assenza di direzione nelle settimane e nei mesi a ridosso della perdita.

Eppure, in genere, la società non riconosce quanto forte possa essere l’impatto emotivo e fisico di questo tipo di perdita. Sebbene la morte del proprio animale possa essere intensa e lunga quanto quella per una persona, il processo del lutto è però diverso. Vengono infatti a mancare, in questo caso, molti dei meccanismi sociali e comunitari che sono normalmente di sostegno a chi è in lutto. Pochi hanno il coraggio di esprimere le proprie emozioni, o di chiedere aiuto nel timore di apparire esagerati, deboli, immaturi, eccessivamente sentimentali. Succede quindi che ci si ritrovi da una parte più soli proprio per la perdita dell’animale amato e, dall’altra, per la difficoltà di chiedere sostegno o condividere il proprio dolore: imbarazzati dall’intensità dei propri sentimenti ci possiamo sentire incapaci di esprimere le nostre emozioni o chiedere aiuto, complicando e ritardando così l’elaborazione della perdita.

Scegliere l’eutanasia per il proprio animale quando c’è una malattia invalidante, una sofferenza forte, il risultato di un incidente non è mai facile, anche quando – tenendo conto della qualità di vita dell’animale – è spesso la decisione migliore che si possa prendere per lui/lei. È una decisione da prendere preferibilente non da soli ma confortati dal veterinario, da familiari o amici che possano aiutarvi nella scelta e sostenervi successivamente, nel momento del lutto.

È normale – dopo l’eutanasia – provare sensi di colpa e/o voler accusare gli altri per non essersi accorti pirma della malattia, per non aver fatto qualcosa prima, per non essere stati in grado di offrire altro al proprio animale, per avere preso la decisione troppo tardi o troppo presto, per essere stati disattenti e aver permesso che l’animale avesse un incidente. Che un animale domestico muoia per eutanasia o per l’avanzare dell’età ci si sente sempre in colpa nei loro confronti. Il tempo, l’elaborare la perdita con altri che ci possono capire, parlare con chi ci ha sostenuto nella scelta possono essere di grande a

Per riprendersi dopo la morte di un animale domestico, come dopo ogni lutto, è necessario imparare ad accettare e fare i conti con i cambiamenti (interni ed esterni) che la perdita ha portato, saper chiedere aiuto a chi ci capisce e non giudica le nostre emozioni e cercare di dare voce alle proprie emozioni. Vi renderete conto, ad un certo punto, che avete accettato la perdita del vostro animale: sarete capaci di parlarne, di pensare con gioia al tempo avuto insieme e alla bellezza unica di quella relazione senza sentirvi oppressi dalla tristezza, dal dolore.

Testimonianze e approfondimenti

“È passato un mese da quando Alice, la mia compagna cagnolina, ha cambiato stato e, finalmente, la morsa del dolore si è allentata un po’. Abbiamo condiviso tutto, o quasi, per sedici anni, case, mezzi di trasporto, famiglia, lavoro, gioie e dolori. Con nessun altro ho condiviso tanta vita. È arrivata come un dono dal cielo, in uno dei momenti peggiori della mia vita e, con la sua grazia e amore incondizionato, ha riempito la voragine di un aborto.

Aveva un suo carattere preciso, curiosa e piena d’interessi, mi anticipava ovunque entrassi annunciandomi. Attenta perquisiva immediatamente tutta la zona, ero tranquilla con lei accanto, era come avere i sensi amplificati. Con ogni persona che avessi accanto, lei ha sempre instaurato un suo rapporto, solo a pochi sorrideva quando li incontrava, ma lo faceva con tutti i bambini. La maggior parte dei miei cari la riteneva un’amica e succedeva spesso che le ‘regole’ per i cani con lei non venissero applicate.

Alice è un cane saggio e mi manca terribilmente il suo sguardo sempre attento che mi faceva capire cosa stava accadendo e come meglio comportarmi. Ho aspettato tre giorni, tenendola nella camera accanto, prima di seppellirla su una collina bellissima e ho sentito che quel tempo è stato prezioso e necessario affinché parte di lei s’incorporasse in me.

Al momento, il ricordo di lei è ancora lacerante, ma subito dopo mi accorgo che è realmente presente, all’altezza del cuore. L’altra sera l’ho sentita anche arrabbiarsi dopo che avevo detto che se ne era andata. In questo mese sono riuscita a rispettare il mio lutto e sono grata ai miei cari che mi sono stati accanto con amore. Attendo i tempi necessari, cerco di lenirmi la ferita e, lentamente, mi sto rendendo conto che la sua presenza mi ha reso una persona migliore.

Infinitamente grazie Alice!”

Raffaella

“Viveva con noi da 15 anni. E adesso, dopo un’estate passata a scrutare le sue strane cadute, la sua poca voglia di mangiare, le sue difficoltà a muoversi, mi ritrovo senza il mio compagno di passeggiate. Una tristezza grande e tanta voglia di piangere. Perché non si è mai preparati abbastanza e capisco che un capitolo si chiude per sempre. Non ci saranno per me altri cani come lui.

Però quando sento dire che alcune persone non prendono animali in casa perché l’inevitabile distacco porta troppo dolore, mi sembra proprio assurdo. Perché ogni momento passato con Endi in tutti questi anni, i sorrisi. i moti di orgoglio, le gratificazioni, (ma anche le preoccupazioni) non li vorrei mai cancellare dalla mia mente.

Andrò a cercarmi tutte le sue foto e ogni tanto, da sola, me le riguarderò e ritroverò quello sguardo d’amore. Senza più tristezza e pianto, ma con tanta tenerezza.”

Pina

“Sono andata dal veterinario con la mia gatta sperando – io che non credo ai miracoli – che lui ne potesse fare uno. E infatti non lo poteva fare. Con dolcezza mi ha aiutato a prendere la migliore decisione per lei, una amatissima gatta ormai vecchia e troppo malata, dal pessimo carattere. Ho lasciato a lui quel corpicino morbido, peloso che avevo accarezzato così tante volte. Sono uscita con il cesto vuoto, con un senso di vuoto e smarrimento. Per fortuna c’era un giardinetto dove mi sono seduta a piangere. Mai più quelle carezze? Mai più quel saluto la mattina? Mai più le sue corse pazze, la sera all’imbrunire? Mai più. Mai più la richiesta di un pezzetto di pesce fresco. Mai più. Impossiblile accettare la finalità di queste due parole. Solo pensarlo era insopportabile. Nei giorni successivi, quando le lacrime mi venivano agli occhi con grande facilità, quando la gola si serrava a pronunciare il suo nome, la cosa che più mi ha addolorato è stata la domanda che tanti, troppi, mi hanno rivolto: “quando prenderai un altro gatto?”. Io non volevo, non voglio, “un altro gatto”, voglio (vorrei) la mia gatta, non una categoria, ma lei, quella che mi conosceva, che io conoscevo, quella che amavo. Avrei voluto dire “chiederesti ad una vedova quando riprenderà un marito?”, ma non sono riuscita a dirlo, anche se ero arrabbiata. Mi manca tantissimo: la cerco per casa, mi pare di sentirla muoversi, mi aspetto che salti sul letto, sulla poltrona dove mi siedo. Quando torno a casa la immagino dietro la porta, la mattina quando mi alzo penso al suo saluto e cerco in giro per vedere dov’è, non riesco a pensare che tutto è finito: le coccole, le chiacchiere, le sue buffe mosse, le carezze alla sua bella pelliccetta e il rumore delle sue fusa”.

Lorenza

“L’ultima notte prima di portare la mia cagnolina dal veterinario per l’eutanasia, l’ho tenuta vicina al mio letto, sul suo cuscinone dal quale si alzava con fatica ed ancor più fatica si stendeva. Ogni tanto, in un sonno inquieto, allungavo la mano e la tenevo appoggiata sul suo corpo, era la mia maniera per accompagnarla, come non ero stata capace di farlo per una persona.

Era una cagnolina meticcia che era stata abbandonata, mi è stata compagna in un tempo duro della vita e anche quando non ce la facevo a trovare nella quotidianità la forza di fare qualunque cosa: doverla portar fuori, due, tre volte al giorno mi dava un ritmo, scandiva il tempo, mi responsabilizzava.

Rientrare in casa e trovare lei dietro la porta che scodinzolava mi sorprendeva ogni volta: anche se mi ero allontanata per 10 minuti, esprimeva una gioia che mi sembrava di non meritare. Quando la portavo a camminare in montagna era la rappresentazione della felicità, avanti, indietro, sopra, sotto, annusare qui e mi cercava se mi perdeva di vista.

La sua cuccia era nella mia camera da letto, la sera quando andavo a dormire, mi seguiva e si metteva sul suo cuscinone, quasi sempre riuscivo dalla stanza due o tre volte prima di infilarmi nel letto e Smilla ogni volta si rialzava e mi seguiva per poi ritornare indietro, rimettersi distesa e rialzarsi. Gli ultimi tempi faceva tanta fatica a piegare le zampe e distendersi.

Quando andavo in giro nel quartiere talvolta qualche persona, in genere donne, si fermava e faceva dei commenti, alcune dicevano delle frasi che facevano riferimento a me come la mamma. Mi infastidiva quel tipo di similitudine per molte ragioni ma anche perché Smilla la sentivo come una compagna, una convivente, un adulto (di cane) con il quale condividevo diversamente il vivere.

A distanza di quattro anni dalla sua morte mi ricapita di pensare alla compagnia che mi ha fatto con gratitudine”.

Marida

E’ rimasta in vita almeno quindici giorni…oh, non si lamentava ma ioo vedevo… A un certo punto, un mattino, ha voluto uscire di casa. si è allungta dolecemente…ha incominciato a rantolare…Si è distesa in direzione del ricordo, da dove era venuta, dal nord, dalla Danimarca…

E’ morta dopo due, tre rantoli. Oh, molto discretamente, senza nessun lamento, con una postura davvero molto bella, slanciata, in fuga. Ma su un fianco, stremata, finita. Il naso verso le sue foreste in fuga lassùda dove veniva, dove aveva molto sofferto. Diosa quanto. Oh ne ho viste di agonie,, qui, là, dappertutto, ma mai nessuna cosi’ bella, cosi’ discreta., fedele.

Quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà. L’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico.

L.F.Cèline, Da un castello all’altro, Einaudi, 2008

Suggerimenti di lettura:

  • P.Gallucci, Il dolore negato. Affrontare il utto per la morte di un animale domestico, Graphe, 2018