Perdere un figlio

La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che una coppia o un genitore possano affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e si sente in colpa di essere vivo.

Trovate in questa sezione riflessioni e testimonianze sulla perdita di un figlio: speriamo che vi possano essere di aiuto.

Essere padre o madre di un figlio è un incessante divenire. Quando il piccolo è neonato occorre un completo adattamento, poi mano a mano la relazione si snoda in un percorso tra separazione e identificazione, bisogni di autonomia e contenimento. Abbiamo cura dei suoi bisogni di crescita, di attenzione e viviamo in uno stato di precarietà perché quello che andava bene ieri non va bene oggi e quello che va bene oggi non andrà bene domani e ci sentiamo continuamente come trascinati in un mondo nuovo. Si viene colti da un continuo stupore di fronte all’imprevedibilità e all’originalità di quella vita che ci mette in una condizione di attesa.

La nuova vita che arriva si afferma come un oggetto di desiderio, fondamento della propria esistenza. Ed è un innamoramento ricambiato, anche quando si oppone: ”…I doni del bambino sono le sue parole, gli stupefacenti costrutti linguistici che matura dentro di sé… Con le sue parole costruisce una porta, una casa, un castello in cui l’adulto può entrare perché è una casa per lui… le parole del bambino sono il primo canto d’amore tutto oggettivato, come la vera grande poesia e, nello stesso tempo, un fare insieme fianco a fianco.”
F. Alberoni, Innamoramento e amore, 1979

Ecco…., quando muore un figlio, attesa e sorpresa non ci sono più e l’attesa è inutile se non in forma allucinatoria, cioè come attesa di ritornare al “prima”. Sembra di camminare per un sentiero solitario e doloroso senza una mappa per orientarsi o un manuale su come fare. Ciascuno reagisce in modo diverso perché non ci sono regole, confini, convenzioni che valgano. Ci si sente dei sopravvissuti. Si vive come in un mondo a parte, in uno stato di frantumazione e capita di svalutare un po’ tutti i rapporti, anche quelli più stretti ed importanti. Ci si sente traditi, derubati, svuotati, come senza pelle e vulnerabili – disgraziati, come ha detto un padre – con la sensazione di essere precipitati in una voragine, nel buio assoluto di un pozzo, dove il contatto con la realtà esterna e interna annienta la capacità di pensiero e anche, in qualche momento, come narcotizzati. Divisi tra un “prima” che appare illusione ed un “dopo” che la mente non riesce ad integrare.

La domanda che ci si fa è “chi sono io”? E la percezione – spesso – è che “io” è ormai un altro, non più quello di “prima”.

Ci si sente in colpa perché si sopravvive al figlio e si prova un dolore intenso, profondo, perenne, che annienta. Situazioni, comportamenti, pensieri, prudenze, cautele, parole, gesti che non sono stati espressi vengono rivissuti in modo ripetitivo, a volte ossessivo. In caso di incidenti, si pensa che forse sarebbe stato possibile evitare la morte “se … o se…. e se solo”, che lo si sarebbe potuto salvare … Quando si è sostenuto o accudito il figlio in caso di malattia o perché sofferente, la morte lascia non solo un profondo vuoto nella vita quotidiana, un senso di smarrimento e di paura per il futuro ma anche la difficoltà ulteriore e pensosa che i ricordi e le immagini della malattia e della sofferenza, non lasciano spazio ad altri ricordi, ai ricordi del “prima”.

Tante volte in questi mesi mi sono sentita la solitudine di un dolore che non è condivisibile neanche con chi lo condivido e che mi sembra essere oggi il legame con mio figlio. Poi alle volte dalla radio dalla tv dai giornali mi arrivavano come un eco, vicende che mi dicono di tanti figli che muoiono, ed allora penso al dolore di altri padri e madri, e mi sento meno sola. Queste due cose sono, sembrano in contrasto.

Tante volte ho visto in chi ho incontrato la difficoltà a guardarmi tanto è il terrore che provoca l’idea della morte di un figlio.

Perché un figlio fa provare lo stupore, lo sbalordimento del mettere al mondo, è nel nostro piccolo, ciò che si avvicina di più alla esperienza di una immortalità, una immortalità minore perché sappiamo destinata anch’essa a finire, a morire ma dopo di noi e al quale vogliamo consegnare come maestri, un testimone di quel poco che abbiamo raccolto di esperienza di valori di consapevolezza. A me è toccato che mio figlio è diventato mio maestro.

Quando un figlio muore, per i genitori tutto diventa inutile, insignificante…

A che è servito averlo seguito, incoraggiato, indirizzato verso una vita piena e consapevole? A che è servito che si sia impegnato a completare gli studi, ad avviare una carriera e a sviluppare relazioni adulte? Che scopo ha ora la vita?

Sono stata alla casa di riposo questo pomeriggio. Ho rivisto un’anziana signora che conosco da tanto, conoscevo anche il figlio, morto qualche anno prima di mia figlia. Quando successo a lei andavo spesso a trovarla. Poi è successo a me e da allora sono andata a trovarla pochissime volte. Insomma le ho chiesto se i suoi figli andassero a farle visita e lei mi ha risposto di sì, che anche suo figlio, quello che io so essere morto, la va a trovare, ma di nascosto perché in Comune dicono che è morto. Certo è avanti con gli anni, la testa è malata, ma in qualche modo si ripara dal dolore. Meglio che non ci pensi, ma sto pensando che a mente sana continuerò a soffrire.

Se il figlio che muore è adulto, la memoria ha immagini che possono durare nel tempo: quel modo di camminare, i gesti, le abitudini, i progetti, i gusti, i desideri e, se il figlio era a sua volta genitore, si cercano nei nipoti i segni, le somiglianze, la continuità. Con il tempo, ci si domanda come sarebbe cambiata/o nella maturità e le immagini e i ricordi permettono di osare proiettare lo sguardo in avanti, anche se in un tempo ormai fermo.

Se chi si è perso è invece un bambino o un adolescente, anche solo pochi mesi dopo la sua morte si scopre che è difficile “seguirlo” con l’immaginazione. I cambiamenti possono essere radicali e imprevedibili: per un po’ di tempo somiglia ad un antenato (nonno, zio, cugino . . .) e poi pare somigliare ad un altro. Oppure ci si domanda cosa avrebbe amato studiare a scuola e poi arrivano la pubertà e l’adolescenza che possono essere come l’attraversamento di un fiume in piena. Ci si sente sprovveduti, con poco materiale per ancorare le immagini, un racconto:

. . è morto che aveva quasi 11 anni adesso ne sono passati 4: penso a come sarebbe ora ma non riesco proprio a immaginarlo. Ho incontrato un suo compagno di classe e non l’ho riconosciuto, ho pensato forse, adesso, anche lui sarebbe così, con I brufoli, alto, diverso . . . Nella sua stanza non ho tolto niente . . .tempo fa mi ero detta che non avrebbe più giocato con quei giocattoli, che li dovevo togliere. Non ci riesco, non riesco a togliere niente, stanno lì. Con il ragionamento mi dico che non ritorna, che lasciare quelle cose come le ha messe lui non ha senso, ma non riesco per ora, chissà quando riuscirò.

Si ha la sensazione che i ricordi siano pochi, troppo pochi – e, se c’è stata una malattia, sono terribili – per poter continuare a nutrire la relazione, elaborare una narrazione, mantenere la memoria. Si è pieni di una immensa paura: quella di dimenticare e di perderlo ancora una volta.

Morì di scarlattina. Tre settimane dopo aver compiuto i due anni, in autunno. Dimmi, perché i bambini innocenti devono morire ? Te lo sei mai chiesto ? Io molto spesso. Ma dio non risponde mai a domande come queste. Non ho nient’altro da fare nella vita, così ci ho riflettuto molto. Sì, fino ad ora. Finché vivrò. Da un dolore simile non si guarisce mai. Ecco l’unico vero dolore: la morte di un bambino. E’ il termine di paragone per misurare tutti gli altri dolori. Tu non lo conosci, lo so: Vedi, non saprei dirti se ti invidio o se ti compatisco per non averlo mai provato . . . ti compatisco, sì.
Sador Marai, La donna giusta, 2004

La sofferenza non unisce sempre i genitori anzi, sembra avere quasi la capacità di separare padre e madre, in ragione di quel particolare significato che la perdita ha per ciascuno e perché ciascuno reagisce e affronta il lutto in modo diverso. Molti padri hanno intensi legami con i loro figli fin da quando sono piccoli ma è ancora forte l’influenza di una cultura secondo la quale gli uomini non possono, non devono dimostrare il dolore e se questo accade, sono scoraggiati dal farlo se non per un periodo limitato nel tempo. Per lo meno così è che il maschile sente di dover essere o spesso sa essere solo così: forte, la “roccia” della famiglia.

Anche la percezione sociale del cordoglio non è la stessa per il padre e per la madre. L’attenzione tende a concentrarsi sul dolore della madre. E’ come se i padri fossero messi in secondo piano: capita, ad esempio che ad un uomo si chieda come sta la sua compagna ma non anche, come sta lui. I sentimenti paterni rimangono nascosti sotto strati di responsabilità e le emozioni, sentite come pericolose, può capitare che spesso anche se non sempre, vengano seppellite con feroce determinazione.

Gli stereotipi e le aspettative della società sono potenti nella mente degli uomini ma anche in quella delle donne. Il modo con il quale un padre vive il dolore va compreso e non giudicato o confrontato con quello femminile. Il pensiero “femminile” deve cercare di non innescare un pregiudizio, una discriminazione che classifica il dolore maschile come “minore”, al contrario dovrebbe cercare di essere capace di coniugare la differenza di genere anche nel dolore. Quando muore un bambino la madre ha perso un figlio, un padre perde un figlio e spesso rischia di perdere anche la propria compagna.

Dice una mamma:

Stamattina ha voluto accompagnarmi dal medico perché si annoiava a restare da solo a casa; non è entrato con me, ma ci ha tenuto a raccomandarmi che gli dicessi che dalla morte di nostra figlia lui per me non esiste più. Il medico questo l’ aveva già capito, infatti la volta scorsa, parlandogli dei problemi che ci sono tra di noi – solo i figli mi danno la forza di restare con lui – mi aveva già detto di considerarlo più sventurato di me, perché io ho perso la figlia, mentre lui ha perso la figlia e la moglie. Questo è assolutamente vero. Non è facile comprendere un marito che, quando ti vede piangere disperatamente ed urlare per la follia del dolore, ti aggredisce verbalmente, sbatte la porta di casa, va via e si ritira quando gli pare. Prova a ribaltare la situazione: se mi fossi allontanata io, anche di notte come ha fatto tante volte lui, cosa pensi che sarebbe successo? Con questo non rivendico il diritto di lasciarlo nella sua solitudine, pero’ so di avere bisogno di molto tempo. Solo adesso io incomincio a rendermi conto di dover recuperare anche la mia condizione di moglie.

e così le ha risposto un papà che ha perso un figlio:
lui ha ragione a urlare e a sbattere la porta;
altri hanno ragione a chiudersi nel mutismo;
altre hanno ragione a voler parlare a tutti i costi continuamente di quanto era favoloso il proprio figlio…..tutti hanno ragione….
Le “dinamiche fra persone” che valgono in un qualsiasi altro contesto, che possono essere discusse, giudicate, litigate, comprese etc. qui non valgono più, perché questo lutto scuote le fondamenta della nostra parte più intima, più ancestrale, più animalesca.
Tutti i discorsi più o meno ragionevoli qui valgono poco; primo “ognuno per conto proprio” “a modo proprio” per sopravvivere all’urto, poi cercare un equilibrio accettabile e “forse” poi ricostruire. E’ un lavoro lungo che bisogna essere disposti a fare anche da soli. La coppia viene dopo, forse.
Non date colpa ai mariti di colpe che non hanno,
non aspettatevi per forza aiuto o comprensione da loro,
non dategli aiuto se non avete la forza di aiutare voi,
ma soprattutto non perdete tempo ed energie a volerli capire e cambiare.

Quando nella famiglia ci sono altri figli (bambini, adolescenti), può diventare difficile per i genitori trovare la misura giusta per dare da una parte a se stessi la possibilità di piangere ed elaborare il loro lutto e dall’altra parte permettere ai figli sia di esprimere la loro sofferenza sia di continuare a mantenere un senso di normalità nella loro vita quotidiana. I fratelli spesso vivono in grande solitudine la morte di un fratello, timorosi di aggiungere un peso ulteriore al dolore dei genitori, timorosi di manifestare la loro sofferenza per il fratello che hanno perso, spesso anche ai loro stessi coetanei e amici che non sono stati toccati dal dolore della perdita.

Qualche giorno fa stavo pensando che dopo la morte di mio fratello, la paura di restare sola e il bisogno di uscire dall’atmosfera soffocante che c’era a casa mia, mi ha obbligato a “guarire” il più in fretta possibile da questo lutto, per poter essere “reinserita” nella vita normale dei miei coetanei e “amici”. Non erano passati neanche 2 mesi dalla sua morte, era domenica, mi telefona una mia amica e mi chiede di uscire. Era già qualche domenica che rimanevo a casa, chiusa in camera e che rifiutavo queste uscite. Ero certa che se avessi rifiutato ancora non mi avrebbero chiamato la domenica successiva. Così ho accettato. Non ricordo se fossi stata d’accordo, ma so che mi sono ritrovata in una pista da ballo di una discoteca.
Ricordo del rumore assordante della musica, di tanti ragazzi che si muovevano ed io ferma immobile… mi girava la testa, vedevo gli altri che mi venivano addosso e vedevo le mie amiche che mi incitavano a ballare, a divertirmi. So che loro volevano che io dimenticassi, che mi divertissi un po’. Tornata a casa e ho vomitato. All’epoca Sono stata costretta a scegliere se continuare a macerare a casa o indossare la maschera e uscire. Non capivo quale fosse la condanna peggiore, di certo non volevo che la mia vita finisse lì.

Dopo la morte del fratello, ha scritto un giovane ragazzo:

E’ morto mio fratello. Aveva 16 anni. Io ne ho 14. Con mio fratello se ne sono andati anche i miei genitori. Io non esisto più. Posso solo guardare, non so che fare. Tanto per loro sono invisibile, anche se sono grosso, alto, grande. Li ho sentiti dire alla zia che tanto lui si sa arrangiare, tanto di noi non ha più bisogno Mia zia diceva occupatevi anche di lui o se volete me lo porto un po’ da me, con i cugini. Ma loro no, non importa, sta bene, è grande… ce la fa, lui, ha tanti amici.
Io voglio piangere da solo pero’ anche con loro mi piacerebbe. Voglio esistere, voglio che loro mi guardano e si preoccupano per me come prima. Io lo so che non gli devo dare ancora di più dolore che già soffrono tanto pero’ pure io e da solo non ce la faccio. Sembra che non importi più nulla a nessuno di me, ora che lui non c’è più

E un altro ragazzo ricorda:

Anni fa all’età di 14 anni ho affrontato la perdita di una sorella di 5 anni più grande. I miei genitori da quel momento in poi mi hanno permesso di fare quello che volevo…uscire fino ad orari assurdi della notte per un ragazzo della mia età, discoteca, autostop, sono scappato di casa…a 18 anni sono andato a convivere con la mia ragazza. non sono mai riuscito a piangere…

Quando muore un compagno di vita chi rimane è “vedovo”; quando muore un genitore, il bambino è “orfano”. Quando muore un figlio, non c’è una parola che possa dire cosa sono quell’uomo, quella donna. Manca un nome, manca la parola per dirlo.
Per un genitore che ha perso un figlio presentare se stesso è già tanto doloroso quando si sente rivolgere la domanda – spesso da persone inconsapevoli del dramma – hai figli, oppure quanti figli hai. Dice una mamma che ha perso uno dei suoi figli:

E’ una domanda che ogni volta mi sembra squarci il mondo, il mio mondo. Cosa rispondere a “quanti figli ho”? : uno, due, uno; ma non è uno, sono due, sono stati due. Cosa dire ? dire uno vuol dire cancellarlo, negarlo, invece lui c’è, c’è nel modo potente che mi fa piegare in due per la sofferenza ed il pianto. Però io faccio la spesa, preparo la cena, stiro e lavo per uno. Dire che è morto? sì, mi è venuto di dirlo è l’ho fatto, qualche volta quando mi è sembrato possibile far uscire quel groppo che mi sta sempre in gola, ma spesso mi sono pentita: una notizia del genere lascia allibito, qualche volta imbarazzato chi mi ha fatto la domanda, senza sapere. E io mi sono vergognata; di cosa non so. Forse di aver provocato l’imbarazzo. Come quando una persona va fuori di testa, si spoglia in pubblico e la gente che vede, abbassa o gira lo sguardo, pensando: povera. Qualche volta invece ho sentito la capacità di stare in ascolto, di accogliere le parole e il silenzio senza eludere.

Ma un genitore che ha perso il figlio sente anche di non avere un nome, di non potersi chiamare, definire. Una parola per indicare la condizione di questo genitore, infatti, manca in italiano e nelle lingue neo latine1, manca in quelle germaniche e in giapponese; non sembra, ci sia in cinese, o in russo, o nello swahili2 ; esiste, invece, in arabo, una parola antica che non si usa più ma che riguarda proprio le madri ed i padri che hanno perso un figlio: Thakla3.

Proseguendo la ricerca anche nel web, si scopre che avere un nome per significare la perdita è un bisogno condiviso da altri padri e madri. In un forum in lingua inglese due genitori si scrivono (uno dall’Australia, l’altro dagli U.S.A.): “. . . i nostri figli morti hanno invertito l’ordine naturale delle cose e forzato le madri e padri a seppellirli, compito che doveva essere di un figlio cresciuto, non dei loro genitori. Come nel detto cinese, i capelli grigi non devono seppellire i capelli neri, i figli non ci devono precedere nella morte. Se lo fanno, noi siamo “vilomahed”: “Vilomah” è un nome per il dolore che noi rappresentiamo”. Questa parola “vilomah” è proposta da una donna che ha perso un figlio4.
Ha scritto: “l’idea di rottura di un ordine, di disordine per la morte di un figlio, mi ha portato alla parola sanscrita Vilomah che significa “contro l’ordine naturale”. E’ una parola nuova, la nostra, per il triste e grave uso di quelli di noi che fino ad ora non hanno avuto alcun nome”.

Non si ha più nome. Spesso quando il papà o la mamma si rivolgono al bambino usano la terza persona, anche oltre il tempo dell’apprendimento comunicativo e linguistico, con espressioni come: vieni da mamma, adesso papà si arrabbia, fra poco babbo arriva, fai un sorriso a mamma, ecc . Sono io che parlo ma è come se ci fosse un me altro. Questo altro, il cui nome è mamma, babbo o papà, mi fa da immagine riflessa come in uno specchio che dice: tu sei questo padre, questa madre. Adesso, lo specchio è muto.

Il bisogno di una parola non esprime una pretesa insensata. Cercare un nome non è una bizzarria, un cavillosità. Ciò di cui si tratta non lascia spazio per il superfluo: tutto è già inutile, insignificante. Avere un nome è come trovare un pensiero pensato: una parola è il riepilogo di processi di pensiero che si sono svolti attraverso passaggi secolari del vivere umano. In italiano, questa parola non c’è e i genitori che hanno un figlio che è morto si sentono mutilati, alberi senza radici, alberi senza foglie, ed anche “orfani di figlio”.
Questa ultima espressione sembra essere la più assurda, capovolge e inverte i ruoli. Ma orfano in realtà è parola con radici lontane: in greco, orphanos, intende la persona priva di relazioni fondamentali e la stessa radice si trova nel latino orphanus, orbo, orfano, privato di. Nella lingua letteraria, nelle tragedie greche, orphanos è l’uomo senza figli ed anche l’anziano che non ha avuto figli. Orbato, in italiano, ha il significato di essere privato di figli, orbo di figli.5
La ricerca di un nome forse si può fermare: “orfano di figlio” è la parola che cerchiamo, concepita in un tempo lontano, rimasta viva passando da generazione in generazione in modo silenzioso, sotterraneo, attraverso il contatto con ferite che non si rimarginano; in modo inconsapevole i genitori orfani la riconoscono come il proprio nome.

NOTE:
1 francese, portoghese, spagnolo, rumeno
2 parlato da quasi 100 milioni di persone in Africa, lo swahili o kiswahili una lingua bantu, diffusa in gran parte dell’Africa orientale, centrale e meridionale.
3 In un racconto, un guerriero sfida i nemici a combattere contro di lui dicendo: si faccia avanti chi vuole che stasera la propria moglie sia vedova, i figli orfani e la propria madre thakla.
4 Karla Holloway (docente universitaria, USA – autrice tra l’altro di testi sulla cultura afroamericana): http://today.duke.edu/2009/05/holloway_oped.html
5 Medea di Euripide: Medea – dunque, sin qui, di figli orbo vivesti? Egeo: Volle ch’io figli non avessi, un Dèmone Giasone: Donna esecrata, piú d’ogni altra a me e ai Numi infesta, e a tutti quanti gli uomini, che cuore avesti di vibrar la spada sui figli tuoi, che partoristi, e me orbo di figli e misero rendesti, e dopo ciò, dopo compiuta un’opera più d’ogni altra esecranda, e Sole e Terra guardare ardisci?
Iliade di Omero (traduzione Monti): ei che di tanti orbo mi fece valorosi figli, quale ucciso, qual tratto alle remote rive e venduto; La tremenda baciò destra omicida che di tanti suoi figli orbo lo fece.

Quando muore un figlio, che sia un bambino, un adolescente, un ragazzo, un giovane, il primo pensiero va ai suoi genitori, (come fanno a sopravvivere?) e poi ai fratelli e alle sorelle; ma la morte di un giovane ha una forte risonanza su tante altre persone. Come un’onda d’urto, tocca i più vicini e man mano si allarga a toccare cerchi sempre più larghi.

C’è il cerchio degli affetti immediato, della famiglia nucleare, ma subito dopo, vicinissimo, quello ristretto dei parenti, degli zii, di nonni e di cugini. Più largo è il cerchio che include gli amici, i vicini di casa, i compagni di scuola o lavoro e le loro famiglie. Poi si aprono, a scala, cerchi sempre più larghi che toccano il medico, gli operatori scolastici, il datore di lavoro … Tutti, in modo e misura diversi, sono toccati, colpiti, coinvolti. Ognuno di loro ha una voce, più o meno fioca, che dice di affetti, di senso di impotenza, di legame dolorosamente rescisso e di stupore per il dolore, con interrogativi e riflessioni che portano – per tutti – ad una ricerca di senso. La morte di uno, di un “piccolo”, ha un effetto a catena su tutti quelli che in qualsiasi modo erano legati a lui. Dai più vicini, pensiamo a quella zia a cui è morto un nipotino, che si interroga sul suo saper continuare ad essere madre:

Dopo la morte di Michele, ho avuto una estrema sensazione di impotenza e di paura . . . . quando sono tornata a casa dall’ospedale e la mia bambina mi è venuta incontro, in quel momento ho avuto la netta sensazione che non avrei più potuto essere madre, che il mio essere madre era finito per sempre. Questa sensazione mi è stata vicina per tanto tempo. Ho vissuto un fortissimo senso di impotenza, e non solo per il mio nipotino, in quel reparto in cui morivano continuamente bambini. Mi sono detta: tutte le ansie che uno ha nei confronti dei figli sono inutili, nulla è nelle nostre mani. Poi mia figlia mi ha costretto a cambiare, ha espresso dei disagi, . . . mi ha costretto a un ruolo più di responsabilità. Non è che l’avessi trascurata …, non lo so spiegare . . .ma il fatto è questo: che è inutile darsi tanta pena . . . Sono passati 4 anni, adesso cosa posso fare per ….. vivere ?…….. è molto difficile ma sto ricominciando, mia figlia ha diritto ad avere una madre normalmente preoccupata.

Una nonna a cui è morto un nipote, si interroga:

. .ci si rende conto che cosa significa gestire di quel tipo di malattia, devi esserci, metterti un po’ da parte per creare un vero sostegno . . . nel vivere delle esperienze del genere si vedono tutti i nostri limiti perché sono eventi che non contempliamo, . . . durante il periodo della malattia non ho parlato con qualcuno, solo dopo, con delle amiche . . . se ne parla con chi é disposto ad ascoltare, ma dopo … .

Un adolescente racconta come il dolore per la morte di un coetaneo lo abbia sorpreso:

Quando mia madre mi ha detto . . . mi sono svuotato, qualunque pensiero non poteva consolarmi . . . ricordo solo che ho pianto ……. non ho realizzato all’inizio . . . il difficile è venuto dopo ….. e dopo il funerale, poi per tutto il periodo che è venuto dopo, quando si avverte questa mancanza, si sente il peso che ti cade addosso. Sentivo il peso una cosa che non c’ è più, che manca, che era una amicizia – e non era neanche strettissima- e che uno il dolore se lo aspettava, non così grande, dolore, senso di nostalgia della persona. Ne ho parlato con i miei – con mio fratello, con gli amici, ma per il resto non che ne parlo molto volentieri ma non per dimenticare ma . . . non lo so, ma non ho voglia di parlarne più di tanto.

Si può ascoltare la difficoltà dell’amica di una nonna che ha perso un nipotino a starle vicina e il tentativo si farle sapere almeno con piccole attenzioni il suo affetto, il desiderio di non lasciarla sola:

Non sapevo come starle vicina, come esprimerle affetto: la invitavo a pranzo o a cena “vieni non ti preoccupare di niente, ci penso io, così stiamo insieme” . . . e lei qualche volta, veniva.

La partecipazione tenera, sussurrata, di una insegnante che delicatamente esprime come potersi avvicinare al dolore degli altri misurandolo sul proprio :

Penso sempre a chi è rimasto, ai genitori e al fratellino e mi chiedo come, come si fa, quanta fatica…… Penso a quando si è sposato mio fratello: per un periodo di tempo la sera lo aspettavo a casa; lui prima tornava dal lavoro, era l’abitudine, alle otto di sera, a tavola diventavamo cinque; mi ha fatto riflettere su quanto tempo ci è voluto per me, per abituarmi, con lui che aveva solamente cambiato abitazione e allora penso alla mamma quando va in quella stanza e non trova più suo figlio . . . .

Ci sono coloro che fanno parte delle “nuove famiglie”: i compagni e le compagne dei padri e delle madri, i fratelli(astri) e le sorelle(astre) che vivono dolori che in qualche caso paiono essere come abusivi, non autorizzati, quasi illegittimi e quasi sempre muti quando chi muore appartiene a legami precedenti il nuovo assetto familiare.

La compagna di un papà cui è morto un figlio avuto da una precedente relazione racconta:

Sento disagio, come fossi “fuori posto” a parlare del dolore che vivo perché mi sembra di rubare uno spazio non mio, quasi mi vergogno nel parlare del mio dolore e al lavoro non ho detto nulla..

Nel cerchio degli affetti si può ascoltare un brusío che esprime sentimenti, partecipazione, inquietudini, ricordi, ripensamenti ed anche il lavorio su di sé, vissuti in modo pudico e discreto: si tratta di un brusio che si oppone a quel rumore arido e fastidioso quale l’invio di un telegramma di condoglianze o l’espressione di frasi convenzionali quali quelle che invitano a distrarsi o del tipo “vedrai che con il tempo passa”, “adesso ti sta vicino e non vuole vederti piangere”, “Dio l’ha voluto con sé”, ”pensa a tuo marito oppure agli altri figli”, eccetera. Le voci di quel brusio, se solo parlassero più forte, se solo si facessero ascoltare e sapessero quanto possono essere di conforto, potrebbero essere come il basso continuo in un pezzo musicale, che accompagna e sostiene gli strumenti principali, i padri, le madri, e che fa sentire meno soli gli orfani di figli.

Quando un figlio muore per cause che suscitano una condanna, un giudizio sociale (suicidiouso di droghe, guida in stato di ubriachezza, aids, …) è ancora più intenso il senso di colpa per non aver compreso, per non essersi accorti, per non essere intervenuti in modo risolutivo, per non essere stati capaci…

Se qualcuno attribuisce la responsabilità della morte al figlio, nasce nei genitori un senso di sconfitta, di fallimento, di disagio a stare con gli altri e un desiderio di isolamento e di distanziamento dagli altri.

Dopo il suicidio di mio figlio (17 anni) ho cambiato casa, ho lasciato il quartiere. Camminando per strada mi sentivo osservata, puntata, e se qualcuno mi diceva qualcosa, quale stupida frase di circostanza era pure peggio. Avevo rabbia in tutti i pori della pelle, verso gli insegnanti, i compagni di classe, il giornalaio, il vicino di casa, …

Se le persone vi domandano cosa possono fare per voi, non abbiate timore, dite loro apertamente i vostri bisogni. Potervi aiutare, anche in piccole cose, facilita le persone, che forse non sanno trovare il modo giusto per starvi vicini e che vivono, in modo diverso, quel senso di impotenza che travolge tutti.

Molti genitori trovano sostegno e conforto nel condividere la propria perdita e la propria storia con altre persone che vivono la stessa sofferenza, lo stesso dolore, ad esempio in un gruppo di auto-mutuo aiuto, link interno a gama sia vis-à-vis che online. Vi sono in Italia molti gruppi di auto mutuo aiuto specificamente per genitori che hanno perso un figlio. Il Gruppo Eventi offre un gruppo di auto mutuo aiuto online link interno a gama ai genitori che hanno perso un figlio. Partecipare ad un gruppo è un modo per imparare a farcela. Condividere la propria sofferenza rende più sostenibile la solitudine e permette di esprimere il dolore in un’atmosfera di accettazione e comprensione.

Sono passati più di otto anni, otto anni e mezzo da quando è morto mio figlio. Alle volte qualcuno si riferisce alla sua morte dicendomi: con quello che hai passato . . .Ogni volta puntualizzo: con quello che passo, non è passato. Mi sembra che tanto sia cambiato ma è anche il contrario, che tanto è uguale. I primi anni sono stata folle, hai presente la follia di uno che si sente un altro ? io però mi sentivo me stessa e volevo essere un altro. Mi sembra di avere cominciato a mettere la testa fuori dall’acqua, fuori dalla follia, dopo circa tre anni, ma non è stato il tempo trascorso che mi ha fatto vedere le persone intorno a me e cominciare ad accorgermi di chi mi è stato accanto. Il tempo può consumarsi ma dentro rimanere tutto eguale, tutto congelato. L’aiuto negli anni mi è venuto dal gruppo, prima online e poi vis à vis. L’incontro e lo scambio con persone che vivono la mia stessa “diversità”, perché mi sento diversa, ha permesso di buttare fuori, di esprimere gli stati d’animo, i pensieri, la sofferenza, le confusioni e di scoprire altri simili a me; simili, sì anche se c’è chi mangia troppo, chi non mangia, chi si ubriaca, chi sogna e chi non sogna e vorrebbe, chi si affida alla fede chi non crede, chi va al cimitero e chi no, chi si lava e chi no, chi va dallo psicologo e chi dal prete, chi tiene tutto conservato negli armadi e chi regala. Tra di noi tutto diventa normale e possibile. Con le altre persone non potevo parlare “sempre delle stesse cose” perché, sì, sono spesso sempre le stesse, come il piangere. Mentre con li, con loro potevo farlo, potevo finalmente farlo…

Se ne sentite il bisogno, non abbiate pudore di farvi sostenere per un periodo da un professionista.

Con il tempo il dolore della perdita non muta ma cambia il rapporto con il proprio dolore. Ci si abitua, si impara a portarlo con sé, nuovo compagno, nuova misura della propria vita. Due mamme, orfane dei loro figli, si dicono, nel film Rabbit Hole:

– ma senti, dopo tanto tempo… la sofferenza, questo dolore costante. . non se ne va mai via?

– no, non credo, almeno a me non è successo così, per me va avanti da 11 anni, ma sai, diventa diverso,

-diverso, ma come ?

– non lo so, è il peso che è diverso: ad un certo punto diventa sopportabile, si trasforma in un peso da cui puoi liberarti strisciando e che ti porti dietro, in tasca come una piccola pietra. A volte addirittura lo dimentichi per un po’, ma poi – quando per qualche ragione ti metti la mano in tasca – eccolo li, ah giusto, è lui. Ti può sembrare tremendo, ma non è sempre così, è un po’, come dire?, ecco non è esattamente che ti piaccia ma è quello che hai al posto di tuo figlio e allora lo tieni con te così. .. e non se ne va mai . . . il che . . .è un bene in realtà.

A volte – col tempo – alcuni genitori sentono il desiderio di dare vita a qualcosa in memoria del proprio figlio: borse di studio, donazioni a istituzioni benefiche, adozioni a distanza. Oppure offrono libri a biblioteche, piantano un albero e soprattutto si coinvolgono nell’aiutare gli altri all’interno di associazioni di volontariato.
Queste azioni tengono vivo il ricordo, danno il senso di un progetto e rendono possibile ad altre persone di sperimentare la solidarietà.

Testimonianze e approfondimenti

Testimonianza della mamma di Carlo
Quando abbiamo chiesto a una mamma se potevamo inserire nel sito la testimonianza che aveva letto al funerale di suo figlio, per accostarsi ad altre persone in lutto, così ci ha risposto: “sarò…. non so trovare la parola…. lieta, contenta, ecco…. sentirò utile un dolore che può consolare”. Pensiamo che queste parole ben introducono il senso della testimonianza che leggerete e che può far scoprire strade ed esperienze diverse.

Ricordando Carlo
sono stati mesi molto duri: Carlo e noi, genitori e moglie, in modo diverso abbiamo attraversato un deserto, lui in un percorso di consapevolezza di una malattia grave e invalidante, di non poter essere padre, di non poter camminare, correre, ballare, far l’amore, di dover cancellare i suoi progetti… e poi il dolore fisico, tanto, le terapie che fiaccano mente e corpo, il corpo che si trasforma,
e noi, testimoni impotenti,
sono stati giorni feroci,
e mentre lo spazio del “poter fare” si restringeva, si dilatava quello della responsabilità: decidere un ricovero, far fare o no la radioterapia alla testa, far conoscere alla moglie le reali condizioni, nascondere o no a Carlo che sarebbe morto oppure rispondere alle eventuali domande, stabilire il momento della completa sedazione farmacologica, assicurare un clima sereno….
decisioni difficili dove è necessaria un amalgama di amore, pazienza, rinuncia, perdono, consapevolezza, protezione, lucidità
durante questa vicenda abbiamo spesso trovato tanto affetto nelle persone, espresso in modi diversi, manifestato con il desiderio di fare, partecipare, contribuire, offrire,
piano piano ho messo a fuoco, che oltre che l’affetto c’era anche il bisogno di superare – noi abituati a capire, gestire, controllare, dirigere – il senso di impotenza che ci faceva sprofondare tutti,

e così il fare diventava piccole cose, la parmigiana, la crostata, le tagliatelle, il collegamento internet, le uova fresche, ..

è proprio questo senso di impotenza – vissuto principalmente da Carlo – che mi segna, che mi in-segna, che corrode tutto il superfluo,
anni fa quando vedevo genitori con un figlio disabile, pensavo che erano stati sfortunati,

poi con gli anni pensavo che avere un figlio sano fosse un dono,
oggi ho capito che un figlio è solo un prestito,
ora ho imparato che non bisogna mai dare per scontato che quello che si ha, c’è,
basta un attimo e tutto può scomparire.
Ecco un tema di Carlo bambino, trascritto letteralmente:
Roma 16 gennaio 1981io mi chiamo carlo
frecuento la II a,sono un po disubidiente,
e c’erte volte sono bravo allora
vi racconto il più bel giorno
della mia vita e stato
nel 1973 3 febraio quanto ero nato,
è tecredo.
Riflessioni su alcuni aspetti molto pratici:
il nostro Servizio Sanitario Nazionale ci ha permesso di somministrare gratuitamente a Carlo, farmaci costosissimi, che in un sistema di assicurazioni private dubito che sarebbe stato possibile
in Italia abbiamo, da pochi anni, una legge di civiltà, voluta dal ministro Veronesi, che permette l’uso, nella terapia del dolore, di farmaci morfinici che in altri paesi europei non è consentito (pare neanche in Inghilterra).
queste sono le luci, poi ci sono le ombre
avevamo letto attraverso internet, che la cannabis è efficace contro la nausea ed il vomito provocati dalla chemioterapia e in alcuni tipi di dolore (da contrattura muscolare, emicrania, artropatia, neuropatia); il medico interpellato aveva minimizzato il beneficio ed avevamo lasciato stare; poi circa due settimane prima che Carlo morisse, in una condizione di dolore diffuso su tutto il corpo (poi abbiamo saputo essere neuropatia) che non trovava lenimento con i normali farmaci (fans e morfina) gli abbiamo fatto fumare la cannabis, una “canna” piccola piccola; il risultato è stato miracoloso ed immediato: per un’ora e mezza ha potuto colloquiare serenamente con gli amici, muovere le braccia senza dolore. In seguito il benessere che ne ha avuto è stato in scala ridotta (la neuropatia era cessata) ma il beneficio che ne riceveva, era la forza di dire qualche parola (negli ultimi giorni spesso sconnessa) e di sorriderci.
L’erba l’ho dovuta acquistare illegalmente perché non esistono in commercio in Italia, farmaci contenenti i principi attivi della cannabis; l’unico modo per ottenerli legalmente è attraverso una procedura che partendo dal medico di base passa per la ASL e poi per il ministero della salute che autorizza l’acquisto all’estero.
Se non mi fossi fermata di fronte alle perplessità o pregiudizi, avrei potuto offrirgli qualche momento di benessere in più, ma questo è un altro discorso…
e poi ci sarebbe altro…
è stato un percorso che mi ha fatto spesso vedere parti di me meschine, egoiste, indicibili, altre non le ho volute vedere; questo penso che vale per tutti noi
riguarda la difficoltà degli amici che mi sono stati vicini, non solo fisicamente, ovvio;
mi sembrava che quasi qualunque cosa facessero, andasse a stridere in qualche punto; era come se non ci potesse essere una vicinanza idonea, congrua, giusta,
ho scritto “quasi”, qualcuno non ce l’ha fatta a starci vicino ed è scomparso – io sono qui, chiamami se… -, altri sono andati “aldilà” trascinati da noi, a nostra volta trascinati da Carlo che doveva, lui sì, andare aldilà..
Ida, Giugno 2013

Suggerimenti di lettura:

In salita, con lui: Riflessioni di una madre dopo la morte di un figlio: In salita, con lui (scaricare pdf)

Modalità elaborative della coppia che si confronta con la perdita di un figlio, di Luigi Colusso

Un ponte sopra le maree: il difficile cammino di una madre che ha perso il figlio, di Luciana Orsatti

Paudice G., Orfana di mia figlia, Ed.Paoline, 2002

Forest P., Per tutta la notte, Alet, 2006.

Forest P., Tutti i bambini tranne uno, Alet, 2007

Forest P., Sarinagara, Alet, 2008

Commento a Sarinagara da una “mamma orfana”:

Philippe Forest e la moglie hanno perso una figlia, l’unica, di 4 anni, per un tumore. L’autore scrive dando parola al dolore (questo termine è riduttivo, follia è più adatto) potendo solo narrare – lui professore di letterature comparate – “l’estenuante commercio dei pensieri, delle emozioni, dei sentimenti, quando non puoi più dedicarci a niente se non al vuoto dentro di te” (pag.24).

Sarinagara è il risultato di un viaggio in Giappone; è da leggere lentamente per potersi lasciare avvolgere da un ritmo della scrittura errante, bisognosa, inquieta. E’ un libro colto e, se nelle prime pagine può sembrare che la morte di un figlio non sia al centro del libro, potete eventualmente iniziare a leggere da pagina 91, “Kyoto”. Lì è descritto quel sentimento che come mamma conosco, “quel racconto di cui non volevo assolutamente liberarmi e che era la sola cosa che ancora mi legasse a ricordo di nostra figlia“  E solo dopo potete tornare indietro e ricominciare dall’inizio: allora diventa chiara la ragione delle storie del poeta Issa, del romanziere Soseki, del fotografo Yamahata che si trova a testimoniare cosa successe a Nagasaki il 10 agosto 1945. E acquistano rilievo, consistenza quasi fisica, le parole che leggo e rileggo: “. . . eppure eccoci di nuovi qui, perduti da qualche parte in pieno sole, senza capire assolutamente perché, . . .  imperdonabili eppure innocenti, noi che siamo vivi. “