Perdere un genitore da adulti

I genitori sono persone speciali e speciale è la relazione con loro. Ci sono sempre stati, sono le prime persone, il primo affetto, che abbiamo mai incontrato. È, quella con loro, la nostra più antica relazione.
Anche se rientra nel normale ordine delle cose che un genitore muoia prima di noi, quando li perdiamo da adulti – che sia all’improvviso o dopo una lunga malattia – rimaniamo spesso sorpresi dallo spessore del nostro turbamento, dal senso di sradicamento e sospensione, dalla profondità e complessità delle emozioni che ci attraversano davanti a questa perdita. Alcune delle reazioni possono addirittura sorprendere o spaventare. Si provano, oltre allo shock, al dolore, ad un senso di intorpidimento, anche rabbia e sensi di colpa. I sentimenti che si vivono sono molteplici e spesso contraddittori e si manifestano quando meno ce lo aspettiamo, creando confusione e stress. Queste reazioni, queste emozioni finiscono spesso per rimanere seppellite sotto il peso degli impegni e delle attività che un adulto deve affrontare, sotto la routine della vita di tutti i giorni mentre sarebbe invece opportuno dare loro spazio ed espressione.

Per ognuno di noi la morte della madre, del padre, è una perdita significativa e crea una serie di cambiamenti sia in noi in quanto individui, sia nell’assetto complessivo della famiglia e del rapporto tra le generazioni.
Con la morte dei genitori perdiamo parte della nostra storia, parte di noi stessi e delle nostre radici: perdiamo, spesso, un confidente, un amico, un consigliere, un legame affettivo imprescindibile, al di là delle difficoltà che ci possono essere state. È dunque facile – dopo la morte di un genitore – sentirsi “persi”: all’improvviso, ci si può sentire come un bambino abbandonato, anche se siamo invece degli adulti, spesso con un lavoro, una propria famiglia e una vita propria.

La morte di un genitore sollecita la riflessione sulla propria mortalità e ce la fa apparire più prossima di quanto non la percepissimo prima. Cambia, con la morte dei genitori, il rapporto tra le generazioni: all’improvviso ci troviamo in prima linea, non più schermati da chi ci ha preceduto. Se prima eravamo e ci potevamo ancora sentire “il figlio”, “la figlia” di qualcuno, con la loro morte diventiamo noi la generazione più anziana e questo può essere, da una parte uno shock, dall’altra la motivazione ad un allargamento di prospettiva.

8 Ottobre 1978 – Quanto alla morte, la morte di mam. Mi dava la certezza (fino a quel momento astratta) che tutti gli uomini sono mortali – che non ci sarà mai discriminazione – e grazie a questa logica, la certezza di dover morire mi calmava.
Roland Barthes, Dove lei non è, 2010

Una morte in famiglia può portare le persone a sentirsi più vicine tra loro e sostenersi reciprocamente ma può anche, al contrario, creare tensioni e difficoltà come, ad esempio riaccendere la rivalità tra fratelli o altri membri della famiglia, inasprire conflitti o le reazioni di alcuni, che preferiscono essere lasciati da soli.

Anche all’interno della coppia, la morte dei genitori di uno o dell’altro può portare ad un effetto temporaneamente destabilizzante, se non si riesce a condividere la sofferenza che la perdita comporta.

Anche io ho sempre cercato di piangere di nascosto dagli altri, specialmente da mio marito, che non poteva sopportare mio padre, lo aveva sempre considerato egoista, poco rispettoso, per cui non voleva vedermi piangere“.

Quando uno dei genitori muore, cambia – spesso – anche il nostro rapporto con il genitore che rimane. Se eravamo abituati a rapportarci a loro come coppia, con la morte di uno di loro siamo obbligati a fare i conti con il genitore rimasto come con un individuo separato, che non conosciamo più attraverso la mediazione dell’altro.

A volte, quando il genitore “vedovo” si apre ad una nuova relazione, i figli – anche se adulti – possono trovarsi – almeno inizialmente – in difficoltà e risentirsi dei nuovi legami che il genitore costruisce al di fuori della famiglia.

Con l’innalzarsi dell’età media, succede sempre più spesso che si perdano i propri genitori, o un genitore, quando noi stessi siamo anziani. Si diventa – per un periodo che può essere più o meno lungo – genitori dei propri genitori, con tutte le responsabilità e le fatiche dell’accudimento di qualcuno che è stato un tempo lontano responsabile di noi, ma non è più in grado di esserlo per se stesso. La morte può essere preceduta da una lunga malattia invalidante, da un periodo faticoso di dipendenza, a volte purtroppo anche da prolungati periodi nei quali si è sentito il genitore prigioniero, “intrappolato” in un corpo malato non più dotato di valide capacità mentali.

Dopo lunghe e faticose assistenze e comunque dopo aver a lungo assunto con responsabilità l’assistenza nei confronti del genitore anziano, la morte di quest’ultimo – benchè sempre uno strappo doloroso – puo’ essere sentita come un sollievo. L’insorgere di rimorsi e sensi di colpa si accompagna allora alle altre comuni emozioni di dolore, tristezza, rabbia, paura e rende ancora più faticoso adattarsi ad una nuova vita in cui il genitore che ci ha accompagnato lungo un arco molto largo della nostra vita è ormai assente e non più bisognoso di assistenza.

Testimonianze e approfondimenti

Nello stato confusionale in cui ero dopo la morte di mia madre, sono stata catapultata nel vortice del “dopo”. Come per ogni lutto, infatti, la vita si spezza in prima e dopo. E quel dopo, che tipo di forma ha? Se hai un’età nella quale dovresti essere in grado di badare a te stesso, come me, non c’è una sola persona che non si aspetti da te, presto o tardi, una ripresa brillante. Tutto ruota intorno al dover essere forti, stoici, resistenti, autonomi, volitivi. Dovere, si. Non volere. Almeno non all’inizio. E’ questo che ho letto negli occhi di chi avevo intorno. Non ero giustificata a fermarmi. Per carità, la sofferenza non me l’ha mai negata nessuno. A parole, però. Solo a parole.In fondo non sarei certo rimasta a casa per sempre, no? Mi sarei preoccupata di costruirmi una vita mia, un’indipendenza, una famiglia.Eppure il legame indissolubile che è prerogativa dei genitori proclamare ed esternare, non è solo a senso unico. Quando quel legame si spezza e resta solo il figlio, anche se è un figlio adulto, come lo sono io, il dolore è devastante, sordo, continuo, martellante e impietoso. Ti prende il respiro e lo trasforma in anidride carbonica mentre ce l’hai ancora dentro i polmoni. Ti soffoca, ti avvelena, ti porta via anche le lacrime e ti lascia intontito a chiederti come potrai alzarti di nuovo da terra.Ci vuole tempo, ci vuole fatica, fa male. Rassegnarsi all’inevitabile è impresa ardua e, il più delle volte, lunga quanto la vita che resta da vivere. Alle tue spalle non c’è più nessuno, se non hai una risposta ad un quesito qualunque non puoi più sperare che qualcuno ne abbia per te. Sei solo. E da sola, infatti, ho iniziato a mettere un piede davanti all’altro, a camminare. A volte, davvero, non so come sia stata capace di sopravvivere per un anno e mezzo.Forse ci sono riuscita perché mia madre mi ha insegnato anche il coraggio di avere paura.
Michela, 30 anni

Pezzo di carne strappata dal corpo
Vedo te
Quando mi lavo la faccia la mattina
Vedo il tuo naso
Ti vedo nella sigaretta che accendo
Sei la costante mediazione, da padre presente, che ha dato inizio ai miei pensieri
Ed ai miei ricordi
Di bambino, di ragazzo, di adolescente,
Persino di papa’
E continuerai ad esserlo
Quando le bimbe, cresciute, rientreranno tardi,
Quando, adolescenti si ribelleranno
E quando poi si riavvicineranno e diventeranno donne
Adesso mi hai insegnato ad essere uomo
Non figlio,
senza paracadute
Ora che mi hai dato anche il coraggio per affrontare la morte
Ti vedo sempre più
Ovunque
Sarai sempre in me papà
Sarò sempre una parte di te
Mi accompagnerai ovunque,
In ogni sfida, anche l’ultima
Mi conforta sapere che in qualunque luogo o stato ci sia, dopo, anche il nulla, li’ mi aspetterai
Grazie anche per questo.

un figlio 40enne

Mia madre ha avuto una lunga vita pagata, però, a duro prezzo negli ultimi 12/13 anni a causa di una malattia che l’ha resa estranea a se stessa, le ha fatto vivere come sconosciuto ed ostile il suo mondo, le ha tolto il bene prezioso e confortante della parola, le ha sottratto la dignità ed, infine, le ha inflitto terribili dolori nel corpo.
L’ho accompagnata in questo lungo e difficile percorso, cercando di fare del mio meglio – che a volte forse non era il suo – con dedizione e grande affetto, ma anche con sentimenti contrastanti che nascevano dalla rabbia, dall’impotenza e dalla stanchezza.
Poi un giorno, mentre cercavo di aiutarla a respirare, scandendo il ritmo con il mio stesso respiro e tenendo il suo viso vicino al mio, la mia Mamma mi lasciò per sempre. Provai un grande freddo.
Sopravvivere ai genitori rientra nell’ordine naturale delle cose. Era una morte annunciata, a volte sfiorata, altre – addirittura – desiderata come liberazione da tanta insensata sofferenza; eppure quando arrivò mi sentii smarrita ed impreparata. Tante volte mi ero posta domande su “come…quando…e dopo…”. La mia vita che era piena di Lei, dopo divenne improvvisamente piena di vuoto. Per la prima volta, la realtà superava le mie fantasie più pessimistiche. Il mio cervello emotivo iniziò a fare a pugni con quello razionale: vinse il primo. Non potevo ignorare o soffocare il dolore, dovevo ascoltarlo e viverlo: lo dovevo a mia madre ed a me stessa.
Il dolore non ha anagrafica: avevo amato (amo) molto la mia Mamma che si era, pian piano, trasformata in un essere indifeso, fino ad avere comportamenti e bisogni tipici di un neonato. Avevo perso – con lei – anche una piccola figlia. Iniziai il faticoso confronto con la sofferenza per l’assenza. L’irreversibilità rende la morte orrenda: non si può più tornare indietro, non si può rifare nulla, nulla può essere fatto un altro giorno… “Non c’è più, non la rivedrò più” era il pensiero che tormentava (e ferisce ancora) il mio cuore. Il dolore forte arrivava ad ondate, a tradimento, a pugnalate. Sentivo (a volte sento) sul mio corpo il male del quale Lei non poteva nemmeno lamentarsi, ma che io riuscivo ad intuire. La morte è una fabbrica di sensi di colpa: i “ma, se, forse, perché…” erano (a volte sono) sempre in agguato. Per donare se stessi è un processo complicato. So che devo essere più indulgente, devo accettare i miei limiti, le mie debolezze, le mie fragilità: cosi come so di dover continuare a camminare con la sua mancanza al mio fianco. Adesso il dolore si è modificato: è un po’ meno doloroso. Il suo ultimo giorno e quel primo giorno hanno mutilato la mia vita rendendomi più povera e sola, ma – voglio sperare – con un valore in più.
una donna adulta, orfana di una madre 90enne

Barthes R., Dove lei non è, Einaudi, 2010

Beauvoir S. de, Una morte dolcissima, Einaudi 2007

Fraire M., R.Rossanda, La perdita, Bollati Boringhieri, 2008

Roth P., Patrimonio, Einaudi, 2007

Giralt Torrente M., Il tempo della vita, Elliot, 2014 – La lettura fa percorrere i sentieri tortuosi e disordinati del tempo del lutto, di quando muore una persona importante, anzi fondante, come quella di un padre. Il libro racconta dell’andare e venire dei pensieri che possono diventare – in certi momenti – anche quasi meccanici, del bisogno di fissare le date, di fare elenchi, di rimettere a fuoco le date di quando è successo quello o questo, della ricerca dei sentimenti di abbandono da un padre che l’autore sentiva lontano, distratto. L’autore si sofferma sulle sue “intermittenze”, sui suoi momenti “ruvidi” e sull’impossibilità di incontrarsi. Quando poi il padre si ammala e muore, il racconto narra del bisogno di ripulire il ricordo “dalle aderenze”, di vedere il padre con occhi che non siano quelli di un bambino o di un ragazzo, ma di un adulto, di un figlio che guarda il genitore e contemporaneamente senza pudore riflette su sé stesso. A chi cerca la descrizione di un percorso compiuto di  “elaborazione” questo libro può non piacere. Bisogna conoscere l’incerta, faticosa navigazione nel tempo del lutto per apprezzarlo.