Perdere il proprio partner

La morte del partner, del coniuge, del proprio compagno di vita, sia quando giunge all’improvviso sia quando è attesa da tempo, è una delle perdite più dolorose e dense di conseguenze, che si possono sperimentare. La propria esistenza cambia completamente: nulla è come prima, ci si sente persi, impreparati e incapaci di cavarsela da soli, fragili, disorientati, disperati e spesso spaventati da ciò che avverrà successivamente…

Passare dalla condizione di moglie/compagna a quella di vedova o da quella di marito/compagno a quella di vedovo, ritrovarsi senza la persona con cui si è trascorsa una parte dell’esistenza, scambiato un sostegno affettivo, emotivo e fisico, condiviso esperienze, creato una famiglia, spesso fatto nascere dei figli, obbliga ad affrontare emozioni estremamente dolorose, a sostenere numerosi e inevitabili cambiamenti e a rinunciare alle speranze e alle aspettative per ciò che sarebbe stata la vita in compagnia della persona che si è perduta.

“(mio padre) solo soletto, era là che svuotava i suoi cassetti e i sui armadi … c’era qualcosa di ammirevole in questa determinazione spietatamente realistica di riconoscere all’istante che lui era ormai un vecchio, che viveva solo e che quelle simboliche reliquie non potevano essere un surrogato della donna in carne ed ossa che era stata la compagna per cinquanta anni … Mi pareva che non fosse per paura delle sue cose e del loro spettrale potere che mio padre voleva liberare senza indugio l’appartamento della loro presenza…ma perché non voleva schivare la brutale realtà”

P.Roth, Patrimonio. Una storia vera, Einaudi, 2007

È frequente sperimentare, mescolati al dolore, dei sentimenti spiacevoli che magari non si erano mai provati prima: invidia, rabbia, risentimenti verso la persona defunta, verso chi non è toccato dal dolore del lutto o verso persone poco sensibili e attente nei propri confronti.
In genere si vive il lutto in silenzio e in solitudine e può essere difficile manifestare i propri sentimenti di tristezza e di dolore di fronte agli altri membri della famiglia, anche loro in lutto.
La vita può apparire senza più senso e per mesi e, a volte, per anni, può sembrare che abbia cambiato definitivamente colore.

Con l’inizio della vedovanza, da un punto di vista puramente pratico, si devono affrontare una serie di compiti nuovi ed è normale sentirsi sopraffatti dal dover far fronte a tanti impegni urgenti, svolgere nuovi ruoli, ritrovandosi soli e senza l’abituale sostegno. Ad esempio è terribilmente gravoso per chi rimane diventare l’unica fonte di reddito per la famiglia, doversi occupare di questioni finanziarie o della gestione della casa, se non lo si era mai fatto in precedenza.

Molto spesso, specie se il partner scomparso era giovane, ci si trova a dover far fronte non solo alla propria sofferenza ma anche a quella dei figli.

La loro presenza è un conforto e una risorsa, ma ci si può sentire incapaci di cogliere appieno le loro difficoltà, dedicare loro tutto il tempo di cui necessitano, sostenerli e provvedere ai loro bisogni. Ci si sente schiacciati dalla responsabilità di crescere dei figli da soli.

Le persone più anziane, che si ritrovano a vivere da sole, possono sperimentare un senso di grande fragilità e isolamento ed è anche comune che si sentano in pericolo e spaventati.

Se si è in là con gli anni diventa più difficile incontrare nuove persone, allacciare nuovi rapporti di amicizia e aprirsi agli altri.

Sarebbe invece importante cercare di recuperare amicizie e contatti con i familiari in precedenza trascurati e con i vicini i casa, frequentare il centro-anziani del quartiere o la parrocchia, dove è possibile incontrare sia persone che vivono la medesima situazione sia trovare nuove conoscenze e opportunità.

Spesso accade che parenti e amici ben intenzionati vi dicano che dovete reagire e riprendere la vita normale al più presto. Sicuramente questo consiglio non vi fa sentire a vostro agio. Non vi sentite né riconosciuti né compresi nell’esperienza dolorosa che state vivendo. Per questa ragione potreste trovare difficoltà a confidarvi con gli altri o pensare che non vi stiate comportando nella maniera giusta o addirittura che non sia normale il vostro modo di sentire o di fare.

È importante ricordarsi che ogni persona ha bisogno di un suo tempo specifico per riprendersi, diverso da quello di tutti gli altri.

Ma è bene che cerchiate di non isolarvi dagli altri e dalla vita in generale.

Se il pensiero di reagire vi sembra inaccettabile, cercate di andare avanti al meglio possibile.

Se potete, cercate di non rifuggire e contrastare le vostre emozioni, ma anzi di prenderle in considerazione per riconoscerle e renderle dicibili a voi stessi e agli altri: in questo modo diventa pian piano possibile mutare il rapporto con le proprie emozioni e non esserne totalmente invasi.

È inoltre importante cercare di non trascurare la normale quotidianità come ad esempio preparare i pasti, riposare, seguire i figli, riprendere il proprio lavoro, vedere qualche persona che può condividere e comprendere la fatica e il dolore che state sperimentando.

Purtroppo spesso accade che gli amici si sentano in imbarazzo e temano di non saper cosa dire o come reagire tanto che finiscono per sfuggire la persona in lutto. Questo comportamento certamente ferisce e provoca forti sentimenti di sconforto e di abbandono in chi è rimasto solo.

In queste circostanze, anche se è proprio l’ultima cosa che si desidera fare, è meglio prendere l’iniziativa e iniziare a parlare e a riprendere i contatti per rompere l’imbarazzo e recuperare la vicinanza delle persone che possono essere di sostegno, anche se momentaneamente impaurite dal compito.

Riuscire a convivere con il dolore e a superare la sofferenza di un lutto così grave come quello della perdita del coniuge, richiede tempo, energia e il desiderio di stare meglio.

È un percorso che ogni persona compie a proprio modo e coi propri tempi: non si può rinviare né accelerare e non può avere luogo senza un forte impegno e coinvolgimento personale.

In genere dopo il primo anno di vedovanza, l’intensità della sofferenza diventa un po’ meno forte, ci si accorge che è mutato il rapporto con il proprio dolore e che la persona scomparsa rimane come presenza interiore.

A questo punto è possibile cominciare a pensare a intraprendere cose nuove e allacciare nuovi legami.

Con la morte del coniuge si creano infatti molti vuoti nella vita di chi resta, che col tempo si può cercare di colmare. Ciò non significa dimenticare la persona perduta.

Essere di nuovo capaci di godere della vita non significa non sentire più la mancanza della persona amata e il tempo necessario per sentirsi meglio non è una misura per valutare l’amore per la persona deceduta.

Con il tempo, il sostegno amorevole di amici e parenti e un comportamento positivo verso la vita è possibile accettare la perdita, adattarsi alla nuova realtà e guarire dalla propria ferita.

Gradualmente la vita, pur diversa da prima, torna a essere sopportabile e poi anche godibile.

Nei primi tempi del lutto è una reazione normale e frequente che le persone sentano di non aver più voglia di vivere, che non riescano a riprendere le normali attività quotidiane, che si sentano avvilite, spaventate e depresse e talvolta, può capitare, che pensino al suicidio.

Se questi vissuti permangono nel tempo bisogna cercare una soluzione ed è consigliabile parlarne con il medico di famiglia che può indirizzarvi a qualche specialista (psicologo, psichiatra) dei servizi territoriali.

Testimonianze e approfondimenti

Non credo che il senso di vuoto lasciato da un grande amore possa mai essere colmato, tuttavia negli ultimi tempi forse ho incominciato a vederlo in un altro modo. Riesco a godere del privilegio che ho vissuto, nonostante l’amarezza che mi causa il sapere che non ne ero perfettamente cosciente quando ne godevo (un rapporto totale e profondo allora mi sembrava la normalità quasi un diritto). Ora so che ho vissuto qualcosa di speciale e che mi accompagna anche ora impedendomi di annegare nella disperazione. E poi, comunque, qualcosa dentro di me continua a dirmi che è giusto vivere, anche solo per condividere il proprio dolore con altre persone. Questa una cosa che fa “bene”: non cancella il dolore, non cancella i ricordi, i rimpianti o i rimorsi, ma ci fa vedere le cose in modo diverso, ci fa sperare, ci fa sentire parte di una famiglia.
Anna, 53 anni

Sono “vedova” (che parola sgraziata quando viene applicata a noi) da circa 6 anni ma ho il ricordo vivissimo di come, al di là della perdita affettiva, quando è morto mio marito, io mi sia sentita spaventata. Più che una paura era proprio uno spavento, forse dovuto anche alla morte improvvisa di S. Quello che mi spaventava era la prospettiva di vivere cavandomela da sola e mi sentivo impreparata e incapace. Mi ha aiutata enormemente l’aiuto di tutti: gli amici, i miei volontari e anche i semplici conoscenti che mi hanno sostenuta nel fare i primi difficili passi. Poi, piano piano e sempre con molto timore, ho capito che stavo riuscendo a cavarmela da sola e mi sono man mano rafforzata, sino a diventare molto più forte di prima, più sicura di me, più contenta di essere finalmente la M. vera e non quella che aveva sempre cercato di essere per non deludere troppo il marito. Prima mi sentivo spesso sdoppiata: io avrei voluto comportarmi in un certo modo e invece, per amore e rispetto della relazione coniugale, mi comportavo in un altro.
Devo anche dire che la mia Fede religiosa, la mia fiducia nell’Angelo Custode che mi ha dato tante prove della Sua presenza, mi hanno consentito di affrontare decisioni gravissime con un minimo di serenità e fiducia che stavo facendo la cosa giusta. Chi non è credente però può pensare che quell’aiuto che io sento di ricevere dall’Alto, lo può trovare in se stesso. L’importante è non perdere la fiducia nella “vita” che per quanto difficile, faticosa e talvolta molto dolorosa, ci mostra sempre – a distanza – di avere un senso e di dare significato alla nostra esistenza.
Devo anche dire che a sei anni di distanza, la presenza di mio marito nel mio ricordo e nei miei pensieri è sempre molto forte e, nel caso di decisioni da prendere mi viene spontaneo domandarmi “e ora lui cosa farebbe?” e di prendere poi la decisione che immagino prenderebbe lui. Questo perché ho sempre riconosciuto la sua intelligenza, saggezza e ponderatezza rispetto ai miei facili entusiasmi e possibili leggerezze. Questa mi sembra una “eredità” preziosa e da non sottovalutare anche nel processo di elaborazione del lutto.

Clara, 65 anni

Dopo che ho perso mia moglie, mi sentivo disperato e come ubriaco, ho fatto molte cose, alcune sbagliate, delle quali mi vergogno. Cercavo quà e là in modo confuso, come per cercare una strada per uscire dal dolore, dalla voglia di morire. In una certa misura, l’esperienza della perdita può aprire uno spiraglio verso cio` che nella vita è essenziale e vero. Può, ma non detto che avvenga. Tante persone sono state indurite,,intristite e abbrutite dal dolore, restano come avvolte in una nebbia fitta fatta di rancore e di rimpianto cieco. Ora mi sento più posato, ma lei mi manca sempre moltissimo.
Paolo, 66 anni

Non avrei mai scelto di perdere mio marito, ma le esperienze che ho vissuto con altri durante il percorso di guarigione, la profondità che mi hanno offerto nel condividere con me il dolore e il senso di intimità che ne è risultato sono stati per me grandi occasioni di ricchezza. Certo per arrivare a questo anche io ho passato un periodo molto doloroso, che mi ha dato l’opportunità di riflettere sulla vita. Diverse persone affermano che il dolore per la perdita può cambiare ma che rimane sempre… io mi sento in netto disaccordo. Se è così io vivo in un’altra realtà, perché il dolore per la perdita di mio marito e di altre persone care, con il tempo, si è trasformato e non è più dolore, ma fonte di ricchezza interiore, da cui traggo forza. E’ cambiato il tipo di rapporto, non è più fisico ma non per questo è meno intenso. La persona che mi ha lasciato è sempre viva in me, è parte di me, ma non mi appartiene. Non c’è più attaccamento, c’è la consapevolezza di aver vissuto vicini un certo periodo della vita, importantissimo per il nostro cammino alla ricerca di noi stessi e del senso della vita. C’è un’infinita riconoscenza per tutto quello che mi è stato dato e che ora costituisce un inesauribile tesoro a cui attingo giornalmente. In me c’è la profonda convinzione che per continuare il mio percorso individuale quel distacco è stato necessario. Tutto quanto ho scritto non è frutto di un ragionamento ma sono sensazioni che risuonano in me e non c’è la meno che minima ombra di dolore in tutto ciò.
Gioia, 56 anni

Suggerimenti di lettura:

  • Lutto e sessualità“, di E.Cazzaniga, Rivista di Sessuologia, vol 33, 2009 – L’ articolo tratta della dimensione sessuale in diverse fasi del lutto. Sono descritti alcuni concetti che riguardano la complessa esperienza della perdita in connessione con la vita sessuale attraverso alcune narrazioni tratte dall’esperienza di consulenza e psicoterapia dell’autore.
    Leggi articolo allegato
  • Lewis C.S., Diario di un dolore, Adelphi, 1990 –  (segue commento)
  • Lerner G., Ho vissuto la tua morte, Giunti, 1997
  • Bayley J., Elegia per Iris, Rizzoli, 2000
  • Olsen T., Fammi un indovinello, Giano, 2004
  • Veronesi S., Caos Calmo, Bompiani 2005
  • Magris C., Lei dunque capirà, Garzanti, 2006
  • Didion J., L’anno del pensiero magico, Il Saggiatore, 2007 – (segue commento)
  • Barnes J., Livelli di vita, Einaudi, 2010
  • Algini M.L., Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto, Robin Edizioni, 2011
  • Battista P., La fine del giorno, Rizzoli, 2013
  • Haruf K., Le nostre anime di notte, NNEditore, 2017  – (segue commento)

 

COMMENTO aL’anno del pensiero magico” ricevuto da una nostra lettrice:

Durante la lettura ho avvertito numerose analogie con la mia esperienza personale: innanzi tutto lo sconvolgimento legato alla perdita devastante ed alla profonda solitudine che ne scaturisce, nonostante la vicinanza di altre persone; lo sperdimento, la difficoltà a ritrovare i cardini della propria esistenza, sia nella quotidianità che nella visione più ampia delle cose. La mancanza della “sua” presenza, con cui interloquire, confrontarsi, formarsi, agire… Quella presenza in grado di generare forza ed equilibrio. Poi il ricorso al pensiero “magico”, l’idea che, se avessi insistito su un certo suggerimento, forse lui si sarebbe salvato. E ancora la ricerca e l’attesa di una possibile comunicazione di pensiero dopo la morte, anche attraverso altre manifestazioni della natura. Infine la ricerca, nella memoria, di dettagli della nostra vita comune, il confronto con il vuoto attuale e la certezza che niente sarà più come prima.
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 COMMENTO aDiario di un dolore” da un nostro lettore:

L’autore inizia e va subito al sodo, come avesse fretta di sapere, capire, domandare. Egli passa in rassegna, in modo asciutto e senza troppi sentimentalismi, i vari aspetti che tutti noi vorremmo sapere quando accade l’irreparabile, la prematura perdita della persona amata, in questo caso la moglie dello scrittore. Il dolore della perdita si manifesta forzatamente senza poesia, senza artifici verbali o fronzoli lessicali, rendendo l’argomento molto concreto e vicino al lettore interessato.

Le domande che egli pone, associate a stati d’animo descritti con forza ma senza retorica letteraria, rimangono ovviamente senza risposta. E da quel punto, inevitabilmente, si finisce a fare quelle domande al solo che potrebbe rispondere: Dio. Ma anche da lì. la risposta non arriva.

Prescindendo necessariamente dalle tematiche teologiche, sia per evitare interpretazioni eccessivamente filologiche ma soprattutto per venire incontro alla religiosità dell’autore, terrena e disperata, ben presto il lettore si rende conto che le domande sono fatte con la pacata rabbia di chi sa che non c’è né può esserci una risposta o la possibilità di un tornare indietro. In questa parte il linguaggio si fa più immaginifico ed elaborato, ma sempre senza risultare mai fine a sé stesso. Ne risulta un messaggio umano, impotente davanti all’Assoluto, che cerca affannosamente un significato da dare a ciò che rimane. Con un Dio che appare non come una soluzione, ma come parte del problema.

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COMMENTO di una lettrice a “Le nostre anime di notte” di K.Haruf:

Si perde il compagno della propria vita. E del dopo se ne parla molto. Si parla poco del bisogno affettivo sessuale che rInasce e ci sorprende. Leggere questo libro per me è stata una sorpresa. E’ una scrittura piana, semplice che mi ha preso completamente. La storia racconta di una vedova che in piccolo paese della profonda provincia americana chiede a un vicino di casa, anche lui vedovo, di passare le notti insieme. Sono tutti e due anziani, le loro giornate sono ormai vuote,  prive di incombenze, i figli sono lontani  e loro si sentono inutili, ma non finiti. A chi raccontare quei pensieri che nella solitudine sono “ragni”, mentre se si si condividono diventano come farfalle e volano via.  Iniziano così a passare le notti insieme, con tanta timidezza, ma poi piano piano e nel silenzio iniziano a raccontarsi e a provare una intimità non provata nella giovinezza,  quando tutto era veloce e non c’era tempo né voglia di guardarsi dentro.

 Tutti e due amano il proprio consorte deceduto  e se rinascessero lo sceglierebbero di nuovo. Ma questa è un’altra storia, una cosa diversa. E’ accettare di essere vivi. C’è una frase che mi ha colpito: ….”Amo stare al letto al buio e parlare con te”.

Ecco io comincio a sentire che il mio desiderio di intimità può essere sdoganato. Mi ricordo che mio marito amava molto una canzone di Paoli. La metteva spessimo. La canzone era “Ti lascio una canzone ” La sto riascoltando, c’è un verso alla fine che dice:

ti lascio una canzone  che tu potrai cantare a chi…

a chi tu amerei dopo di me

a chi NON amerai senza di ME”.

Consiglio vivamente questa lettura a tutti coloro che iniziano a sentire dentro di sé che hanno un’altra parte di vita da trascorrere e ciò non porta offesa a nessuno.